IL CAPITALISMO MUNICIPALE

Sembra quasi certo che, per un incasto connubio tra estrema sinistra e opposizione, il Senato martedi rinvierà alla ripresa autunnale la discussione della legge sulla liberalizzazione dei servizi pubblici locali da cui già è stata esclusa l'acqua. Si tratta di un’ulteriore vittoria dei sostenitori del «socialismo municipale». Si tratta di un fenomeno di notevole importanza non solo per le comunità interessate, ma per l'intero Paese.


Secondo una recentissima ricerca della Fondazione Enrico Mattei nel 2005 c'erano in Italia 369 società controllate da enti locali (di cui 14 quotate in Borsa), con un'occupazione complessiva di oltre 200mila dipendenti e vendite di poco superiori a 37 miliardi. Il grosso di queste società opera nei servizi di pubblica utilità e nei trasporti, ma c'è di tutto: 10 di loro sono attive nel commercio e 9 addirittura nel manifatturiero, complessivamente in utile, ma alcune in consistente perdita. Tolte queste eccezioni che la dicono lunga sull'iniziativa e i poteri in campo economico degli enti locali, si tratta quasi sempre di imprese operanti da tempo o come aziende autonome o branche della pubblica amministrazione.


Imprese che spesso hanno una lunga e gloriosa tradizione. In molti casi sono nate per fornire alla comunità locale servizi -dall'energia elettrica,ai trasporti locali- cui l'iniziativa privata non era in grado di provvedere. Spesso, purtroppo, ma fortunatamente non sempre, si sono trasformate in strumenti di patronaggio e di potere per le classi politiche locali.


In tale situazione, visto anche il peso che hanno nel complesso della nostra economia, occorre domandarsi quale sia la loro efficienza. Dalla ricerca della Fondazione Mattei risultano situazioni molto diversificate in funzione del settore e, spesso, della collocazione geografica. Vi sono società controllate dagli enti locali in buon utile (particolarmente quelle quotate in borsa) e altre in grave perdita per cui non si può dire che sempre il controllo pubblico generi inefficienza, mentre si è constatato nel tempo che l'ingresso di privati nella compagine azionaria migliora i risultati. Misurare, per altro,l'efficienza in base ai risultati di bilancio trascura un aspetto fondamentale: quello della concorrenza.


Come sa anche un bimbo, pubblici o privati possono generare profitti molto elevati quando gestiscono un monopolio. E qui c'è il punto debole della maggior parte delle imprese a controllo locale dato che quasi sempre non operano in mercati concorrenziali. Anche quando la competizione potrebbe aver luogo non quotidianamente, ma con una gara per l'ottenimento della concessione sono rarissimi i casi in cui questo avviene. La legge, proposta dal ministro Lanzillotta, la cui discussione il Senato si appresta a rinviare con la chiara speranza di affossarla nelle trattative autunnali, prescrive appunto che questa divenga la regola per tutti o quasi.


Certo nel settore elettrico, in cui notevoli sono le presenze di società controllate da enti locali, la liberalizzazione comincia a fare i primi passi e, non a caso, è l'ambito nel quale più frequenti sono i processi di aggregazione tra ex-municipalizzate per contrastare efficientemente i giganti che operano in tale ambito. Altrove i sostenitori del "socialismo municipale" di sinistra e destra, fanno di tutto per evitare la concorrenza. Assumendo si riesca a superare queste resistenze, che senso hanno le società controllate dagli enti locali in un mercato sostanzialmente concorrenziale? Gli autori della più volte menzionata ricerca, constatando che in molti casi i dividendi distribuiti dalle società partecipate rappresentano una parte non marginale delle entrate di alcune amministrazioni locali, tra il serio e il faceto usano la formula di "capitalismo municipale".


Può essere una soluzione per evitare aggravi fiscali, in particolare se, come il sindaco di Torino Chiamparino ha suggerito, le si rendessero "contendibili", cioè acquisibili da terzi, mettendo in minoranza i Comuni o, quanto meno, evitando patti tra di loro. Sarebbe un modo per stimolare l'efficienza e sfatare i miti del potere fine a se stesso. Chiamparino è un autorevole esponente del cosiddetto "Partito democratico del Nord". Se qualche candidato alle primarie di ottobre facesse sue proposte del genere e spingesse per l'approvazione della legge Lanzillotta sarebbe veramente la fine del "socialismo municipale" e delle sue degenerazioni.

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