Il caso della maestra e le mamme di Farra «Dopo la condanna ancora emarginate»

Laura Borsani / farra

Hanno voluto manifestare esplicitamente il loro sconforto. Quello di sentirsi «emarginate» dalla comunità, nonostante la sentenza pronunciata dal giudice del Tribunale di Gorizia, che lo scorso primo aprile ha condannato la maestra Valeria D’Alfonso alla pena di un anno e sei mesi. Le due mamme, che assieme ai coniugi si sono costituite parte civile nel procedimento in relazione all’accusa di maltrattamenti in una classe elementare di Farra d’Isonzo, sono sollevate perché «dopo tanto attendere, i nostri bambini hanno avuto giustizia per tutto quello che hanno subito», sottolineano in una lettera. «Sono stati 4 anni in cui abbiamo atteso che la verità che i nostri figli ci avevano già raccontato venisse fuori, per noi non è stata una ricerca di risarcimento», osservano. Sono attese le motivazioni alla sentenza, per il quale il giudice s’è riservato 90 giorni. La difesa ha preannunciato l’impugnazione in Appello, come già dichiarato dall’avvocato Dario Obizzi, all’esito del giudizio. Siamo al primo grado.

Le due mamme evidenziano: «Nonostante la condanna da parte del giudice, ci tocca ancora rilevare che, secondo la difesa, la maestra D’Alfonso si ritiene estranea ai fatti. Durante il processo la difesa ha continuato a parlare di 19 famiglie a favore della maestra, sostenendo anche l’invalidità delle intercettazioni ambientali. Eppure ben altre famiglie erano tutt’altro che favorevoli. Con il passare del tempo molti degli altri bambini della classe – continuano –, con la tranquillità ritrovata, hanno confessato ai loro genitori cosa accadeva in quella classe. Ne è la prova il fatto che quando delle mamme hanno proposto la stesura di una seconda lettera a favore dell’insegnante, molte delle famiglie che avevano firmato la prima si sono rifiutate di farlo alla luce di quanto i loro bambini erano riusciti a confidar loro. Per questo la seconda lettera non c’è mai stata. Ma di questo nessuno ha mai parlato». Ne parlano ora le due mamme, che hanno affidato i loro sentimenti di rammarico proprio a una lettera, «dopo quattro anni di silenzio e di sopportazione». Ricordano i video, «la prova madre». «Sono video che non possono essere interpretati se non in un’unica maniera, quella vera! Quella che mostra scene di violenza che bambini così piccoli non dovrebbero mai conoscere. E che alcuni di loro hanno raccontato, come i nostri, che piangevano, non volevano tornare in classe, mentre altri hanno tenuto per sé». Le mamme concludono: «Oggi si è giunti alla condanna. Si spera di non dover più leggere fatti analoghi che hanno come vittime le fasce più deboli della società, cioè i bambini.—

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