IL CAVALIERE ACCELERA
Il fantasma della crisi sembra essersi materializzato alle spalle del governo Prodi. Il leader della Cdl Berlusconi ha accelerato la pressione sui senatori della maggioranza, ne avrebbe convinto alcuni a passare dalla sua parte, di conseguenza ha annunciato che la caduta del governo è imminente, forse a novembre quando la manovra arriverà in aula. Prodi ha ribattuto che non si sente a rischio e che darà battaglia. In questo clima improvvisamente peggiorato, la sinistra radicale ieri ha manifestato per le vie di Roma.
Un corteo che fino a qualche settimana fa sembrava organizzato contro Prodi e che invece ha finito per diventare la dimostrazione di un disagio politico dell’area comunista nella maggioranza, che si conosceva, ma anche un sostanziale puntello a Prodi, fatto che non era scontato. Una situazione politica più confusa è difficile ricordarla. Sapere cosa succederà, non è ovviamente possibile; capire quali forze si stanno muovendo per quali ragioni, forse si può tentare. Possiamo individuare tre questioni principali alla base di questo avvitamento del quadro politico. La prima va ricercata nell’intreccio ambiguo che si è stabilito tra la debolezza numerica del governo al Senato e la sua crescente debolezza politica. In genere, si tende a ritenere che la debolezza numerica generi la debolezza politica.
Ma forse il rapporto tra le due condizioni non è così semplice: esse si rafforzano reciprocamente. La debolezza numerica rende più fragile la capacità politica del centrosinistra, ma la debolezza politica del governo finisce per acuire la carenza di numeri di cui soffre l’Unione. Questa spirale sta lentamente chiudendosi. È sufficiente rammentare alcuni dei passaggi recenti: il protocollo sul welfare che aveva alzato al massimo la tensione con la sinistra radicale era stato approvato dal governo e sottoposto a un difficile referendum nei posti di lavoro da Cgil Cisl e Uil. Hanno votato oltre cinque milioni di lavoratori e l’accordo è passato con una chiara maggioranza. Prodi però ha aperto ugualmente una mediazione con la sinistra, come se il successo della consultazione non rappresentasse tutte le anime della coalizione.
Ma così facendo, ha suscitato l’opposizione dei sindacati e di Confindustria, che avevano firmato l’accordo, e dei riformisti. Alla fine, il governo è tornato su posizioni vicine a quelle iniziali, dando l’impressione di un pasticcio. Intanto, il tira e molla ha dimostrato ancora una volta l’incertezza della direzione dell’esecutivo, l’oscillazione del premier nella scelta dei suoi interlocutori politici, più spesso i radicali dei riformisti. Conseguenza: passa il messaggio che si è disposti a sacrificare il rapporto con il sindacato di fronte alla necessità di trovare una mediazione politica dentro la maggioranza.
E questa scelta colpisce la concertazione e favorisce un’inedita inversione di ruoli: ci sono partiti che agiscono e si sostituiscono al sindacato fino alla manifestazione di ieri; c’è un sindacato che, per difendere la propria rappresentatività, rischia di invadere a sua volta il campo del Parlamento. Per queste vie, l’asse privilegiato con la sinistra radicale ha scaricato inevitabilmente sulle frange più moderate e, nello stesso tempo, più preoccupate dei propri destini personali, non poche ansie e tensioni. Ma anche i tentennamenti del governo verso l’Europa hanno avuto un peso. Ha inciso la serie di giudizi negativi arrivati dalla commissione di Bruxelles sul risanamento troppo lento dei nostri conti pubblici. Pagelle confermate dagli organismi finanziari mondiali come il Fmi, la Bce e, in casa nostra, la Banca d’Italia.
La politica estera è un terreno delicato perché è uno dei temi costituenti l’identità di una maggioranza. E il governo Prodi forse ha sottovalutato il fatto che non si può arrivare all’ultimo minuto per scoprire che dietro il taglio dei nostri europarlamentari c’è in gioco la parità con Francia e Inghilterra. La minaccia di porre il veto per ottenere un trattamento equo, è una difesa d’emergenza non una prova d’influenza politica. Occorrerebbe, invece, dimostrare nei fatti di essere interlocutori all’altezza delle ambizioni che l’Italia nutre. E lo si fa acquisendo autorevolezza su temi che per gli altri partner sono decisivi, come il risanamento del nostro debito pubblico, il più pesante d’Europa; o dimostrandosi decisi a compiere un salto nella modernità e nella competitività euro-globale.
Queste incertezze non hanno spinto alcuni senatori a rispondere, come la sventurata monaca di Monza, alla proposta di «collocazione» generosamente avanzata da Berlusconi, se le affermazioni del leader della Cdl corrispondono al vero. Ma certo hanno contribuito a creare un clima opaco, all’interno del quale si afferma l’idea del liberi tutti. Il che per alcuni equivale a liberi di perseguire i propri interessi personali rispetto a quelli del Paese. Ci sono altri due elementi, strettamente collegati tra loro, da valutare. Da una parte, la novità del Partito democratico che nasce sull’onda di una partecipazione molto ampia, 3 milioni e mezzo di cittadini.
A questo avvenimento si collegano le prime mosse di Veltroni che forniscono qualche (cauta) indicazione politica sul nuovo partito. Dall’altra, c’è la prontezza con la quale Berlusconi ha colto il segnale di una riorganizzazione degli avversari, ha intuito il clima favorevole in Parlamento e si è rimesso in movimento per logorare l’Unione. Berlusconi se ne intende di fondazioni di partiti. Non deve essergli sfuggito che il Pd avrà una identità ancora incerta, ma potenzialmente sembra possedere i requisiti per compiere una missione fino a ieri ritenuta impossibile al centrosinistra: sostenere un’offerta politica credibile verso quei ceti sociali che hanno preferito Forza Italia. Berlusconi, cioè, sembra aver capito che con il Pd compare un possibile concorrente verso il suo stesso blocco sociale, in grado di agire sul suo stesso campo.
Operazione fallita alla Margherita e all’Ulivo. Nello stesso tempo, il Pd ha un leader dall’aria fresca e comunicativa. Nonostante la sua storia di ex comunista, Veltroni sembra in grado di parlare a tutto il Paese, con un linguaggio riconoscibile anche da settori della società e da aree come il Nord, le cui aspettative e frustrazioni sono state ben poco in sintonia con l’Unione. Infine, non si deve dimenticare che la nascita del Pd suona poco rassicurante per quegli esponenti politici dallo scarso seguito le cui fortune sono legate alla possibilità di determinare equilibri o meglio di far sopravvivere la maggioranza.
Un governo che si indebolisce politicamente, un concorrente e un leader da non sottovalutare, esponenti del centrosinistra che vedono messa a rischio la loro rendita politica, sono premesse sufficienti per spiegare il blitz del Cavaliere. Il problema per il leader del centrodestra è il tempo. Nonostante tutto, resta lui l’unico che può trascinare la Casa della libertà. Ma l’orizzonte del suo futuro si restringe. Se riesce a dare la spallata rapidamente, può ancora imporsi come il candidato indiscusso del centrodestra. Se deve rinviare la resa dei conti, anche nel centrodestra potrebbe aprirsi un’evoluzione difficile da prevedere e da controllare. Secondo il suo stile, il Cavaliere gioca d’attacco. Non deve essergli per nulla piaciuta la risposta della Lega a Veltroni sulle riforme istituzionali, che ha dischiuso uno spazio di discussione.
Non a caso ieri il Cavaliere ha respinto il dialogo e ha profetizzato la fine del governo. Ha persino minimizzato sull’esercizio provvisorio nel caso non si approvasse la Finanziaria, come se non si bloccasse il Paese per mesi e mesi. Ma Berlusconi è condannato a dire no. È scritto nella logica della sua lotta contro il tempo, perché per lui vitale è solo votare. E deve dire no anche sulla legge elettorale, perché spera che il Pd si allei alla sinistra radicale e possa ripetere il suo schema di gioco preferito, la campagna contro i «comunisti».
Secondo le peggiori tradizioni, i nodi emergono tutti insieme. E questo, oggettivamente, segnala pericolo. La transizione italiana sembra avere imboccato una nuova fase destabilizzante nella quale, come era prevedibile, il Pd riveste un ruolo cruciale per il solo fatto di esistere e, quindi, di ridurre la frammentazione. Il tempo ci dirà se viviamo una decomposizione alla quale seguirà una ricomposizione. Il Cavaliere non fa solo una «proposta indecente», sfrutta gli errori di un centrosinistra che si muove. E che potrebbe tentare di modificare il sistema.
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