IL CONFINE DENTRO TRIESTE
La mia generazione, nata nel primo dopoguerra, ha “il confine dentro”. Per noi il confine è sempre esistito, era un fatto naturale come il mare, il Carso, la bora. Era tutt’uno con Trieste. E ciascuno guardava e soprattutto “sentiva” il confine in base alle proprie esperienze personali e familiari. Per molti è stato una sofferenza, per alcuni è stato un’affare. Adesso si è dissolto pacificamente, con tanta gioia, ma anche –almeno in parte- con un senso di perdita per un esilio che ad alcuni sembra definitivo. Eppure stiamo vivendo un fatto storico, a dimostrazione che la pace e la democrazia –qualche volta- possono fare davvero miracoli.
La stessa idea di Unione europea, nata dopo il più grande massacro di tutti i tempi, dimostra che l’ottimismo della volontà è un principio prezioso per dimostrare che un altro mondo è possibile. Non è mai avvenuto nella storia che stati si unificassero e popoli brindassero insieme alla fine dei confini. Trieste, Gorizia e tutto il Friuli Venezia Giulia hanno gioito insieme e tutti hanno detto che si aprono nuove ed importanti opportunità, per la città e per la regione. Eppure Trieste, abituata a considerarsi –con qualche ragione- al centro della storia europea e a raccontarsi come “sismografo della modernità”, deve sapere che pochi, a livello nazionale, si sono accorti della sua nuova “centralità”.
Non c’è solo la banalità dei continui errori sui giornali e notiziari radiofonici e televisivi nazionali, nei quali spesso (forse per sineddoche) la regione Friuli prende il posto del Friuli Venezia Giulia (senza trattino dal 2001), con il corollario (imbarazzante per Udine) che Trieste diventa “capitale del Friuli”. I media nazionali fanno fatica a prendere le giuste coordinate su questo pezzo d’Italia, forse a causa della grande rimozione rispetto al “confine orientale”, alle perdite territoriali, umane e culturali dovute alla sconfitta di una guerra voluta dal fascismo e che la Venezia Giulia ha pagato nel modo più duro e doloroso.
Adesso Trieste, Gorizia e l’intera regione esultano e guardano al futuro senza dimenticare il passato, ma l’opinione pubblica italiana –distratta dai voti sulla Finanziaria, dalle intercettazioni telefoniche sulla Rai e dall’omicidio di Garlasco- non si è accorta quasi di nulla. Lo dimostra l’analisi comparata dei principali giornali italiani del giorno dopo la caduta dei confini (21 dicembre 2007). A parte ampi servizi di “colore”, come quelli Paolo Rumiz ed Alessandra Longo, entrambi triestini, sulla Repubblica, la maggior parte dei servizi venivano da Berlino e Bruxelles, e molti parlavano della Germania e della Polonia. Sul Corriere della Sera, il servizio parte da una breve in prima pagina e continua in due ampie pagine con servizi da Berlino e Stupizza (provincia di Udine), si parla di Fernetti, Nova Gorica, Pesek e Rabuiese, senza cenni a Trieste. Sulla Stampa non c’è traccia della notizia in prima pagina mentre a pagina 13 si affronta l’argomento sottolineando i problemi della sicurezza e si accenna solo rapidamente a Trieste e a Gorizia.
Anche il Giornale non riporta la notizia in prima pagina, ma a pagina 15 il triestino Fausto Biloslavo dedica mezza pagina al “momento storico che ha archiviato per sempre la tragica cortina di ferro” e soprattutto al “ricordo delle ferite del passato ancora aperte”. Libero parte in prima pagina con il titololetto “Trieste, via la frontiera più dolorosa d’Italia” e continua a pagina 16 ricordando il “passato sanguinoso”, “la doppiezza di Togliatti” e l’eccidio di Porzus. L’Unità e il Giorno “bucano” entrambi la prima pagina. L’Unità riprende la notizia, in basso a sinistra a pagina 10, trattandola in prospettiva europea per poi focalizzarla: “Uno dei transiti italo-sloveni più frequenti è il vallico di Stupizza (Udine), e proprio qui ieri notte era in programma la cerimonia per l’abbattimento simbolico del confine, cui erano invitati il ministro degli esteri di Lubiana, Dimitri Rupel e il presidente del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Illy”. Sul Giorno, invece, a pagina 21, il corrispondente da Berlino non accenna all’Italia, né a Trieste, né a Gorizia né al Friuli Venezia Giulia.
Questa è la distratta disattenzione che la stampa nazionale ha dedicato a Trieste e al Friuli Venezia Giulia. Eppure l’avvenimento è davvero di portata storica. Allora si tratta di rinforzare la nostra specialità, di non accontentarsi della “comunicazione interna” alla città, ma di andare a conoscere e a raccontare ciò che avviene al di qua e al di là e dell’ex confine. Forse sarebbe opportuno iniziare a pensare a un progetto serio e concreto di “comunicazione transfrontaliera”, per raccontarci, per farci conoscere, per riallacciare antichi rapporti di collaborazione, per lavorare e crescere insieme. Gli strumenti e le risorse umane non ci mancano.
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