IL DEFICIT DI SINTONIA COL PAESE
Dunque è ragionevole supporre che con la mancata fiducia al Senato di ieri sera, si concludano definitivamente le esperienze di Romano Prodi alla guida del Paese. Le ragioni della caduta del governo sono molteplici. Per alcuni il vero guaio sarebbe rappresentato da una legge elettorale che non consente maggioranze certe; altri sostengono che la crisi sia l'esito di una manovra dei centristi; altri ancora che essa sia il prodotto della nascita del Pd e delle ambizioni del suo leader Veltroni - anziché stabilizzare il governo il Pd l'avrebbe minato; più generalmente si parla di una crisi di sistema che coinvolge politica, magistratura, istituzioni; specificatamente si sottolinea che l'avvio della discussione sulla riforma della legge elettorale sia stato il vero detonatore; c'è anche chi, nel precipitare della crisi vede il non tanto sotterraneo operato del Vaticano.
Sono tutte motivazioni plausibili e tutte - in maggiore o minor misura - hanno contribuito al momento che stiamo vivendo e tuttavia si tratta di motivazioni che a mio avviso eludono la ragione principale: il governo Prodi cade perché è debolissimo in termini di consensi. Diversamente dal 1997 e dal 1998 - quando avrebbe potuto rispondere prima alle pressioni e poi alla sfiducia di Rifondazione comunista, scegliendo di ricorrere alle elezioni anticipate (che avrebbe probabilmente vinto), Prodi non può in questa fase appellarsi alla gente, perché un pezzo maggioritario di Paese gli è ostile e fra questi c'è una parte di chi lo ha votato alle scorse elezioni. Tutto ciò è noto ai suoi alleati, è noto ai Dini piuttosto che ai Mastella ed è noto, ovviamente, alle forze di opposizione. È a nostro avviso questa profonda impopolarità ad averlo resto vulnerabile ed è questa impopolarità a provocarne la caduta. Si potrebbe discutere a lungo sulle ragioni che hanno portato il governo a livelli di consenso così sconfortanti. Ad un certo punto Prodi è arrivato a dire ”questo Paese è impazzito”: forse non è escluso che avesse ragione o perlomeno una buona parte di ragione. Il punto è che i manicomi non si governano, si chiudono. I Paesi invece vanno governati anche quando sembrano sul punto di impazzire.
La buona politica - difficile dappertutto, più difficile in Italia - deve sapere interpretare, deve in primo luogo leggere la realtà: la sensazione è che ci sia stato fin dall'inizio un deficit di lettura e che questa forma di dislessia sia continuata fino a oggi. Peccato, perché - ce ne renderemo presto conto - questo governo ha anche saputo fare cose rilevanti e altre si apprestava a farne. Peccato, perché - come nelle crisi famigliari o sentimentali - è bene arrivare alle rotture con un po' d'ordine, dopo aver messo a punto una soluzione per salvare tutto ciò che può e deve essere salvato. Qui invece non c'è stato alcun ordine e si rischia di andare alle elezioni nel peggiore dei modi possibili. Questa legge elettorale, infatti, da un lato lascia la scelta dei deputati e senatori a cui affideremo il Paese completamente in mano ai segretari dei partiti; dall'altro spinge i partiti alle ammucchiate indipendentemente dai programmi e dai valori che li caratterizzano.
Questa legge andava e andrebbe cambiata. Prima di tornare a votare. Vedremo se fra destra e sinistra e centro, resta qualcuno che ancora ha senso di responsabilità. I comportamenti da ultrà visti ieri a Palazzo Madama, non fanno sperare. Se mai il Parlamento fu qualcosa di più alto del popolo che rappresentava - e forse per una stagione riuscì a esserlo - ora probabilmente coincide con esso, in modo assolutamente simmetrico: c'è l'eccellenza del Bel Paese e c'è pure la sua immondizia.
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