Il film di Oliver Stone su Chavez

di CALLISTO COSULICH
Il 16 aprile uscirà sui nostri schermi “South of the Border” (“A Sud del confine”), che in Italia è stato intitolato “Chàvez - L’ultimo comandante”, il biopic sul presidente del Venezuela, che Oliver Stone aveva girato nel 2009. Il film era stato presentato alla mostra di Venezia dello stesso anno, trovando posto in una delle corsie collaterali. Ragione per cui pochi ne scrissero e i giudizi non furono molto positivi. Ebbe anche la sventura di confrontarsi con “Capitalismo: A Love Story”, a oggi il miglior Michael Moore di sempre: una lezione di controinformazione politica sul sistema bancario-assicurativo, che rendeva semplicemente curioso il pellegrinaggio di Oliver Stone tra i presidenti sudamericani. Sarà per questo che la Movimento Film, la quale aveva acquistato la pellicola di Oliver Stone, ma esitava a farla uscire, sta profittando dell’onda mediatica, suscitata dalla scomparsa del presidente venezuelano, per presentarla in questi giorni in un numero congruo di sale?
Ma c’è un altro motivo, a mio avviso, che potrebbe avere finalmente indotto la Movimento a farla uscire: l’attuale moda dei biopic su personaggi tuttora viventi. Lo stesso Oliver Stone pare specializzato in questo filone. Prima di “Chàvez - L’ultimo comandante”, aveva girato “Comandante”, frutto di una intervista a Fidel Castro, in cui il vecchio leader cubano, ormai in pensione, non si sottraeva alle domande anche più imbarazzanti postegli dall’intervistatore, finendo addirittura per condurre lui il gioco e mettendo talvolta in difficoltà lo stesso regista.
In altri casi si è preferito romanzare di più la vicenda, affidando a un attore o, a seconda dei casi, a un’attrice, il ruolo del personaggio prescelto. Come ha fatto, per esempio, Stephen Frears in “The Queen” sulla regina Elisabetta, affidandola alla maestria di Helen Mirren, perché la sorreggesse nel funesto agosto del 1997, quando dovette affrontare le conseguenze della tragica, oltre che compromettente, morte della principessa Diana.
Forse il capolavoro dei biopic sui viventi spetta al nostro cinema con “Il divo” di Paolo Sorrentino, il quale, per consegnarci un ritratto in controluce di Giulio Andreotti, gli ha imbastito sopra una sorta di originalissima commedia musicale, quasi priva di musica, avvalendosi dell’inestimabile contributo, nel ruolo del protagonista, di Toni Servillo.
Bisogna ammettere che il cinema italiano sta vivendo attualmente un curioso momento. A parte il caso del “Silvio forever” di Roberto Faenza (peraltro lungi dal valere il suo graffiante “Forza Italia!” sulla politica democristiana degli anni ’70), abbiamo abbandonato al loro destino i considdetti film di denuncia, che hanno ceduto il posto ai talkshow televisivi, dove il più delle volte il conduttore del programma sembra il presidente di litigiose assemblee condominiali, mentre l’amministratore, cioè il capo del governo, latita, preso - si dice - da sopravvenuti impegni fuorisede.
In compenso, però, in certi film riusciamo a precedere gli eventi, prevedendoli in anticipo. Nanni Moretti si è rivelato impareggiabile in questa difficile impresa. Lo ha fatto, prima con “Il caimano”, poi con “Habemus Papam”, due film in partenza fantapolitici, aggettivi composti che, con l’andar del tempo, hanno perduto per strada il loro primo elemento.
A questi due film possiamo ora aggiungere “Viva la libertà” di Roberto Andò, in cui il segretario del principale partito di opposizione entra in crisi, i sondaggi lo danno per perdente, alla ennesima contestazione si dilegua, ma il suo consigliere a questo punto ha la geniale idea di sostituirlo col fratello gemello, sedicente filosofo, segnato dalla depressione bipolare, i cui discorsi hanno però il merito d’infiammare ed entusiasmare gli elettori, che accorrono ai suoi comizi.
Parlando del suo film Andò ha detto che vi si può leggere anche una traiettoria della politica italiana di questi ultimi vent’anni. Sarà perché il film è tratto da un suo romanzo (“Il trono vuoto”), Premio Campiello Opera Prima 2012), fatto sta che a prima vista la vicenda m’era parsa ottima, pensandola sulla carta, ma esagerata e irrealistica una volta che la traduci sullo schermo. Con mia sorpresa debbo ricredermi: troppe situazioni che si verificano in questi ultimi mesi, ricordano a loro modo quelle descritte da Andò.
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