IL GIOCO PRODI-VELTRONI
Ha detto ieri Prodi: «In quattordici mesi non potevamo fare di più». Una curiosa espressione, che lascia trasparire una sorta di ”rimosso”: avrebbe infatti potuto dire che «in quattordici mesi non si poteva fare meglio» e allora la frase avrebbe avuto un altro significato, avrebbe implicato un giudizio di valore; il riferimento quantitativo invece rimanda a un'idea di laboriosità, di impegno, di quotidiana fatica, di ore e giornate passate sul lavoro.Credo onestamente che nessuno possa negare il lavoro fatto, la quantità di provvedimenti varati e l'alto numero di mediazioni e di accordi raggiunti (con i sindacati, con le altre parti sociali, con i partner della coalizione).
Il punto tuttavia è un altro: si tratta infatti di capire se la quantità di lavoro fatto corrisponde al tipo e alla qualità di lavoro attesi dall'opinione pubblica, meglio ancora dagli elettori: quelli dell'Unione e quelli della Cdl. Le recenti elezioni amministrative e i recentissimi (e lo sappiamo bene discutibilissimi) sondaggi di opinione tenderebbero a dire di no. Il cosiddetto ”Paese”, o buona parte di esso, sembra si aspettasse altro e, inesorabilmente come un metronomo, continua a scandire valutazioni negative sul governo, sulla maggioranza e sulle stesse misure prese.
Paradossalmente - nel frattempo - la debolezza dei consensi, rende il governo più stabile e più sicuro: non c'è infatti al suo interno un solo soggetto politico (cominciando da Di Pietro, passando per Rifondazione comunista e concludendo con Ds e Margherita, soci nel costituendo Partito democratico) che possa affrontare il rischio di una crisi di governo e quindi di ipotetiche elezioni politiche. Certo esiste un margine di imponderabilità - la follia investe anche i soggetti collettivi - ma in questo caso si può ancora ritenere che lo spirito di autoconservazione della specie e dei dorati seggi, prevarrà e la maggioranza - come una squadra di calcio uruguayana - continuerà a presidiare la metà campo con il suo gioco fatto di passaggi corti, tocchi brevi al compagno più vicino, in attesa che venga primavera e che in qualche modo gli effetti di una serie di provvedimenti economici (l'aumento delle pensioni minime su tutto e prevedibilissimamente l'abolizione dell'Ici) si facciano sentire sulle deluse masse italiane.
Personalmente dubito che la crisi di consensi di cui è vittima la maggioranza di governo possa essere colmata con queste misure - l'acuto Tremonti nei giorni scorsi sottolineava che il governo Prodi lascerà un'impronta negativa che si farà sentire a lungo sull'elettorato - indubbiamente tuttavia si tratterà di un aiuto, di una sorta di corroborante utile a ridare slancio. Nel frattempo la disunita compagine di centrodestra sembra continuare a far peggio di quanto fece il centrosinistra quand'era all'opposizione: paralizzata dal berlusconismo, rinuncia a qualsiasi vocazione pedagogica nei confronti del proprio e dell'altrui elettorato, non traccia una linea che sia una su cosa vuol fare per l'Italia una volta tornato al governo, in buona sostanza si limita a giocare la partita rissosa e parolaia della peggior destra, a maggior danno dei cittadini e delle persone per bene. In questo quadro che vede la destra divisa e il centrosinistra che fa quel che può (e ciò che può ahimè non basta, spesso non serve e talvolta costituisce un danno), si innesta la fondazione del Partito democratico e la vicenda del suo probabile leader Veltroni. Un leader che è cresciuto in una delle più raffinate e sofisticate scuole della politica italiana, un leader su cui la scelta è caduta nel momento più difficile e meno propizio, un leader che è forse l'unico a possedere le parole e le immagini (i contenuti appartengono anche ad altri) di quella moderna alterità che un pezzo di italiani (significativo perché veicola opinione) spesso con un certo provincialismo ma talvolta a ragione, riconoscono nei leader di altre nazioni europee. Potrò sbagliarmi ma inevitabilmente il percorso di Veltroni finirà per collidere - non già con la compagine di centrosinistra - ma con l'ombra lunga e durevole che il governo Prodi getta sul Paese.
Una sopravvivenza legata a un residuo presente si scontrerà contro un'ipotesi di futuro. Sarà interessante vedere come se la caveranno e se la generosità (in politica, l'avrete notato, si chiamano tutti per nome e si definiscono reciprocamente generosi) avrà qualche peso.
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