IL MODELLO DI TRIESTE

Le valutazioni espresse, anche dalle pagine di questo giornale, per delineare il futuro di Trieste, sembrano indicare prospettive lusinghiere. In primis il porto che progressivamente, ma inesorabilmente, sembra ritrovare il suo ruolo all'interno e all'esterno della città: le ipotesi di alleanze adriatiche per far sistema, competitive rispetto ai giganti del Mare del Nord, sembrano inevitabilmente doversi concretizzare, pena l'esclusione dai circuiti internazionali e una conseguente marginalizzazione. Un sistema di istituzioni proiettate tutte alla ricerca avanzata sia di base che in quella applicata, con ricadute territoriali d'eccellenza capaci di innescare circuiti virtuosi per trasferimento tecnologico e per processi innovativi. Una ritrovata centralità in un'area complessa, frazionata e divisa da lotte di etnia se non di campanile, per interessi reali o per antichi pregiudizi. Cose trite e ritrite, già fin troppe volte descritte, analizzate, richiamate, esecrate, osannate. Sembra che qualcosa stia andando per il verso giusto, se così sarà allora potremo dire in gergo ciclistico di aver "scollinato". Questo è quello che appare di fuori, nell'oggettività delle cose economiche, strutturali, infrastrutturali.


Ma al di là delle classifiche sulla qualità della vita, opinate e opinabili sia quando sono favorevoli che quando sono sfavorevoli, come si vive in questa città? Non ci si riferisce a quanti caffè si bevono, quante medicine si consumano, quante volte si va al cinema, a teatro o dal medico; piuttosto come fluttano le percezioni delle persone, come si strutturano gli atteggiamenti, quali motivazioni determinano infine le scelte dei cittadini? Tutt'altro che omogenea sembra essere la mappa delle tendenze: sembra piuttosto di poter scorgere tante nicchie, tante città o meglio parti di essa, nella città. La città di quelli che... vanno a Barcola (bivio, topolini et altro), la città di quelli che... vanno in costa dei barbari, la città di quelli che... vanno in Istria, la città di quelli del Carso, la città di quelli che vanno in Friul, la città delle società veliche, la città di quelli che vanno in Val Rosandra, e così via. Subculture edoniche, o meglio micro-culture che sottendono stili di vita, modi di sentire, insomma tanti modi di vivere e di essere cittadini di una città speciale, volubile a volte scostante come i colpi di bora, refoli improvvisi che sembrano riaffermare la forza della natura, quella natura splendida che racchiude in una cornice unica tanti microcosmi (mi perdoni Magris). Esiste allora un elemento di identificazione comune fra queste diverse anime?


No l'ethos (l'etica) così poco sentita nella sua forza cogente, non un sentimento di appartenenza etnica, data la sua composita ricchezza, non la componente religiosa che nonostante la varietà delle confessioni (Trieste città dalle molte Chiese) ha sempre professato uno spirito laico; forse è proprio quel saper guardare il bello che circonda chi vive da queste parti, cioè la dimensione estetica, l'elemento unificante e la forza attrattiva che si realizza nell'intersoggettività dei vissuti individuali e collettivi. La scelta di vivere a Trieste a volte trascende la realtà oggettiva: come se un percorso lavorativo e imprenditoriale si costruisse a posteriori. Se così è, c'è da chiedersi se sarà questa una componente importante per il futuro della città e per una città del futuro che finisce per connotare i comportamenti dei suoi abitanti e dei suoi ospiti. È affascinante pensare che il bello sia capace di raccogliere sotto un'unica bandiera modi di essere e di vivere diversi. Una ritrovata capacità di attrarre cultura e di essere meta di un turismo a metà strada fra il letterario, l'artistico e l'architettonico-paesaggistico con specificità uniche. Se sarà proprio questa la dimensione salvifica del mondo, cioè quella primariamente estetica (che a posteriori può generare l'etica), anche in questo allora Trieste avrà fatto scuola e sarà stata antesignana.

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