IL MONITO DELL’EUROPA
Come in un incastro di variopinte matrioske la questione delle pensioni condiziona quell'andamento dei conti pubblici che Tommaso Padoa-Schioppa ha presentato, con scarso successo, ai severi esaminatori di Bruxelles, nella speranza di ottenere quella tolleranza che consentirebbe al governo italiano di allargare ulteriormente i cordoni della borsa senza chiedere, nella Finanziaria 2008, sacrifici ai cittadini. Il tutto, a spese di un deficit di bilancio superiore a quello promesso lo scorso anno in sede europea.
La risposta del commissario Almunia è stata cortese e comprensiva, ma non fino al punto di consentire quei margini di libertà d'azione richiesti dal ministro dell'Economia. Il ragionamento della Commissione è chiaro e difficilmente confutabile. L'Italia - dicono a Bruxelles - ha delle discrete performance in economia (anche gli ultimi dati della produzione industriale evidenziano un segno positivo); per di più può vantare un buon flusso di entrate che riducono il fabbisogno di cassa. Perché, allora, il Paese non dovrebbe approfittare di queste condizioni favorevoli per ridurre il debito (ricordiamo, per inciso, che i tassi di interesse hanno subito un notevole incremento negli ultimi mesi), incamminandosi decisamente verso quel pareggio di bilancio auspicato entro il 2010 ?
"Se non ora quando": sembrano aggiungere i partner europei, ormai seccati di spartire la medesima moneta con un Paese che detiene la gran parte del debito pubblico. Saranno forse atteggiamenti da ultras del rigore, ma c'è una logica in tale linea di condotta. E non possono trovare ascolto le repliche di Tommaso Padoa-Schioppa (TPS). Come può giustificarsi il supertecnico? Può dire al collega Almunia - che lo ha conosciuto quando era al vertice della Bce - che in Italia è necessario rivedere una riforma delle pensioni, giudicata positivamente in sede Ue, soltanto perché ci sono dei partiti della sinistra reazionaria (è questa la definizione esatta, per dirla alla Tony Blair) che si sono impuntati a mandare in pensione gli operai a 57 anni, quando in Europa e in tutto il mondo sviluppato sono in atto misure rivolte ad elevare l'età pensionabile? E su quale affidavit può contare il nostro ministro per ottenere via libera dalla Commissione alla copertura della manipolazione dello «scalone» attraverso risorse esterne al sistema pensionistico?
Anche su questo punto Almunia è stato preciso: «La riforma deve essere neutra sotto il profilo dei conti pubblici». In altre parole, se si vuole rinunciare, in tutto o in parte, ai risparmi derivanti dall'innalzamento dell'età pensionabile di anzianità fissato in una legge dello Stato, si dovranno reperire delle adeguate compensazioni solamente all'interno del sistema pensionistico. A voler essere onesti, le proposte circolate fino ad ora lasciano il tempo che trovano. Non sarà mai il SuperInps a far entrare nelle casse dello Stato le migliaia di miliardi occorrenti.
C'è una sola misura in grado di pareggiare, correttamente sul lato della spesa, una «spalmatura» dello scalone (mentre l'abolizione e il ripristino delle previgenti regole - ha ragione Massimo D'Alema - sarebbero obiettivi insostenibili): l'elevazione graduale ad almeno 62 anni dell'età di vecchiaia delle donne. Ma tale ipotesi - fortemente sponsorizzata dal ministro Emma Bonino - è fieramente contrastata dai sindacati e dalla sinistra estrema. Vedremo presto che cosa saprà proporre il premier. Noi ci auguriamo - per il bene del Paese - che si tratti di una via d'uscita equa ed equilibrata. Ma non ci sentiremmo di scommettere sul buon esito di una vertenza ormai incarognita.
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