IL NODO IRRISOLTO
Ancora una volta il rapporto fra giustizia e politica è tornato a costituire problema, e c'è qualcosa di più profondo dietro le vicende che lo hanno riportato sulle prime pagine dei giornali. La legge sull'ordinamento giudiziario appena approvata, ad esempio, presa in sé è una legge equilibrata ed è bene che modifichi le misure introdotte a suo tempo da Roberto Castelli, uno dei Guardasigilli meno apprezzabili della storia della Repubblica.
Quella legge era stata voluta da Silvio Berlusconi e dalla Casa delle libertà. E ciò all'interno di una campagna contro i giudici che esplicitamente difendeva interessi e amici dell'allora premier: la sua modifica pare corrispondere a ragioni di correttezza e giustizia, eppure permane l'impressione di un problema ancora irrisolto. Si consideri anche la vicenda delle intercettazioni telefoniche relative al caso Bnl, Antonveneta e Unipol. Indubbiamente le parole con cui il giudice Clementina Forleo ha richiesto - con una sorta di giudizio preventivo - l'autorizzazione ad utilizzarle non appaiono corrette, e non sono apparse tali a Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura. Né possono essere considerate l'isolata intemperanza di un giovane magistrato: sia perché la stessa Forleo è stata capace in altre occasioni di scelte condivisibili, sia perché non è certo il solo giudice a distinguersi per eccesso di protagonismo. In questa occasione ne hanno fatto le spese in primo luogo autorevoli leader dei Ds: aver accettato l'acquisizione delle intercettazioni va a loro merito, ma avevano dato a lungo l'impressione di aspettarsi quei trattamenti di riguardo che avevano (giustamente) negato ad altri.
Certo, dalle intercettazioni rese pubbliche non sembra trasparire alcun reato: sembra affiorare però una insensibilità verso i necessari confini della politica che è perlomeno discutibile. Sono solo episodi, sintomi di un più diffuso malessere, ed è bene risalire alle radici della questione. Alla base vi è una realtà molto semplice, che diversi osservatori hanno richiamato in questi giorni: quindici anni dopo l'esplosione di Tangentopoli i rapporti fra politica e gustizia non sono ritornati alla normalità. Quella grave crisi non ha ancora trovato una equilibrata e condivisa via d'uscita, ed è necessario chiedersene la ragione. Due nodi sembrano delinearsi sullo sfondo: da un lato l'anomalia del caso italiano, dall'altro la tensione fra gli interessi a breve termine delle singole parti politiche e l'interesse generale della politica e della giustizia. Cioè del Paese. La anomalia di «Mani Pulite» non risiedette tanto nel suo esplodere: risiedette semmai - e non sembri paradossale - nel suo tardare.
Se si ripercorrono le cronache degli anni Ottanta, infatti, si rimane sbalorditi. Ci si chiede come mai sia stato subito a lungo - se non consapevolmente accettato - quell'impressionante dilagare della corruzione, quel grave degradarsi dei rapporti fra politica, istituzioni ed economia, quel rovesciarsi del rapporto fra la norma e la sua violazione. Siamo di fronte - scriveva già nel 1980 Ernesto Galli della Loggia - a una progressiva «uscita dalla legalità dell'intera classe dirigente». Sembrò l'esagerazione di un intellettuale («intellettuale dei miei stivali», lo definì in quel periodo Bettino Craxi): apparve quache anno dopo fondatissima diagnosi, lucida anticipazione delle sentenze di «Mani Pulite». Assistemmo negli anni Ottanta - ha scritto un altro storico laico, Piero Craveri - ad un «vero e proprio mutamento antropologico-culturale della classe politica del Paese», per cui anche chi era estraneo alla corruzione la considerava poi come una sorta di «patologia fisiologica». Per questa ragione «Mani Pulite» esplose alla fine come un devastante tifone, non fu semplicemente un insieme di processi.
A quindici anni da quella esplosione è forse possibile comprendere meglio che la magistratura non ha usato sempre nella maniera più giusta il credito che aveva acquisito nel paese. Più che i giudici di Milano - che diedero prova di indubbia abilità e serietà investigativa - il rilievo può riguardare soprattutto i troppi - e in qualche caso troppo superficiali - imitatori che essi trovarono in tutta Italia. Crollato il vecchio sistema politico, la anomalia continuò e in qualche modo si aggravò per la discesa in campo di Silvio Berlusconi, capace di mescolare ed esaltare sia gli umori della anti-politica che quelli della anti-giustizia. Conflitto di interesse, leggi ad personam, volontà esplicita di punire - se non umiliare - i «nemici giudici» (a partire dai «giudici nemici», ma non fermandosi ad essi): in questo modo la ferita si incancrenì. Va aggiunto che da allora la politica sembra aver privilegiato troppe volte i propri vantaggi immediati rispetto al bene generale del Paese.
Indubbiamente in questo prevalere degli interessi a breve termine (e di parte) Berlusconi è stato il principale attore, e su questi aspetti il Presidente Ciampi dovette più volte intervenire autorevolmente. Si è avuta però spesso la sensazione che anche nel centrosinistra abbia prevalso un altro e pur differente interesse a breve termine: l'indebolimento dell'avversario politico. Certo, regna una gran confusione sotto il cielo se vi è ancora chi confonde la latitanza con l'esilio e vuole dedicare pubbliche piazze a un uomo politico che si è sottratto alla giustizia del proprio paese - un paese che aveva governato - per non rispondere di gravissimi addebiti.
C'è un solo modo però per rispondere alla confusione: la chiarezza nel definire regole giuste, equilibrate e valide per tutti. Non è facile, occorre avere il coraggio di ripensare nel loro insieme i rapporti fra giustizia e politica: il paese ha però il diritto di chiederlo sia alla giustizia che alla politica.
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