IL PD E LE MOSSE DEL PRESIDENTE
Mancano pochi mesi alle elezioni regionali. Mentre il centrodestra, dopo avere aspettato Edy Snaidero, non ha ancora indicato Tondo come suo candidato, il centrosinistra deve misurarsi con l'attivismo di Illy, e con le questioni che gli pone. Due in particolare: la chiara e dura presa di posizione contro Prodi per non avere mantenuto gli impegni, e gli scambi di cortesie con la Lega. In effetti queste mosse sono studiate e finalizzate a rendere più sicura la rielezione. Nel primo caso, dimostrando di avere carattere, di non essere associabile allo scarso consenso di cui gode il governo, di difendere gli interessi regionali, aggiunge peso e prestigio alla sua candidatura. Nel secondo caso, indebolendo il candidato del centrodestra, rafforza indirettamente la propria posizione. Il centrosinistra dovrebbe quindi rallegrarsi di questo gioco pesante di Illy, perché se riesce sarebbe molto vantaggioso. In effetti, però, non può esserne del tutto soddisfatto.
La querelle con il governo lo costringe ad un lavoro non indifferente per trovare una soluzione. Il Partito democratico, in particolare, deve caricarsi del difficile compito (Zvech forse ne sa qualcosa) di mediare fra la posizione di principio riaffermata da Illy e il non possumus di Padoa-Schioppa, e di avere Illy ricandidato soddisfatto e senza dovere criticare il governo di cui è la componente più importante. Anche il secondo problema, il feeling Illy-Lega, ha delle implicazioni politiche che il Pd non può ignorare. È un feeling in atto già da tempo, con le impreviste aperture di Alessandra Guerra, avallate da Maroni, verso il governatore e con atti molto significativi come la partecipazione di Illy alla seduta del parlamento padano. È un feeling che si sta rinsaldando, perché non nato da improvvisa attrazione ma da convergenza di interessi.
C’è una questione settentrionale, emersa nelle ultime elezioni politiche ed aggravata dal governo, che il centro sinistra trova difficoltà a decifrare e trasferire sul piano politico, e di cui la Lega si autoproclama interprete genuina. Illy è sempre stato molto attento al malessere che attraversa il Nord e ne ha compreso la protesta, trovandosi inevitabilmente nei pressi della Lega. Verso la quale ha fatto importanti aperture di recente su punti cruciali e molto discussi della legge sullo sloveno (il riconoscimento della specificità del resiano) e, soprattutto, del friulano (l'uso nelle scuole). Forme di feeling si manifestano anche nella legge in discussione sull'istruzione. Da parte sua la Guerra non mancato di elogiare Illy per avere fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la finanziaria e per restare dritto di fronte a Prodi.
Ai segnali forti ricevuti la Lega sta rispondendo secondo il suo stile: non dicendo nulla di definitivo ma lasciando aperte tutte le possibilità. Lo ha fatto non partecipando con gli altri partiti della ex Casa delle libertà alla definizione del programma elettorale e alla scelta del candidato, e annunciando che potrebbe correre da sola. A Illy basterebbe questo e, se eletto, ricambierebbe calcando su temi cari alla Lega. Potrebbe bastare anche per la lista dei Cittadini per il presidente, ma non per il Pd, che non può restare relegato al ruolo di spettatore in una partita, tra l'altro un po' azzardata per l'imprevedibilità della Lega, che ha per posta la prossima legislatura. Forse il Pd potrebbe pretendere che la preparazione della prossima campagna elettorale non sia una partita a scacchi in cui Illy gioca solo contro tutti ma un percorso politico condiviso.
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