Il più giovane era già seguito dai Servizi sociali del Comune

lo choc
«Non si può morire a 16 anni. Non si deve morire così». Per l’assessore ai Servizi sociali Carlo Grilli e per il personale che opera in quell’assessorato a suo fianco ieri la notizia della tragica morte dei tre ragazzi, e soprattutto quella del sedicenne, è stato un vero pugno allo stomaco. Perché quell’adolescente, che si atteggiava da adulto ma dalla più tenera età si portava addosso delle ferite che nessuno è riuscito a rimarginare, era seguito proprio dai Servizi sociali del Comune. Chi lavora a stretto contatto con le famiglie più fragili, e i minori che in quelle famiglie ci vivono, lo conosceva molto bene.
«La morte di tre ragazzi è un immenso dolore – commenta Grilli – e lo è ancor di più per tutto il percorso che i miei operatori, in collaborazione con l’Asugi, avevano intrapreso per far uscire quel ragazzo di 16 anni da una vita difficile».
Il giovane, dopo un periodo di presa in carico da parte di una comunità, era stato riaffidato al padre, «e noi lo seguivamo a casa come a scuola – spiega l’assessore – tentando dei percorsi di reinserimento scolastico. Mi auguro rimanga la pietà per queste morti, nella consapevolezza che, nel nostro lavoro, malgrado la grande professionalità messa in campo e la delicatezza con cui ogni situazione viene affrontata, non tutte le storie hanno un lieto fine».
Grilli conferma che sono 1.500 i minori che i Servizi sociali seguono in casa. A questi si aggiungono quelli in comunità: «Rileviamo un regresso psicologico grave soprattutto dopo il lockdown, che impone a tutti una riflessione».
La direttrice del Servizio sociale Ambra De Candido, anche lei scossa da quanto accaduto, evidenzia come «ci siano ferite che molti ragazzi si portano dietro fin dalla prima infanzia difficili da rimarginare, e che spesso si traducono in aggressività, autolesionismo e abuso di sostanze. La tragica notizia di ieri ci ha toccato molto umanamente, come persone e come professionisti».—
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