IL PRESIDENTE SENZA OPERAI
Poco più di un secolo fa, Giovanni Giolitti, capo del governo, liberale, per primo nella storia dell'Italia, si rifiutò di usare la forza pubblica per reprimere il primo sciopero generale. La cosa non piacque agli industriali, ma fu efficace. Il principio enunciato da Giolitti era che il conflitto tra datori di lavoro e lavoratori andava considerato come fisiologico e quindi, finché non metteva in discussione l'autorità dello Stato, non vi era ragione di intervenire.
Avremmo bisogno oggi della chiarezza mostrata da Giolitti in quell'occasione. Viviamo in tempi, in cui pare perso il senso del rapporto tra la legittima protesta contro condizioni di vita intollerabili, e le conseguenze di queste proteste. Più che mai bisogna sforzarsi di tracciare una linea, tra le manifestazioni di conflitto accettabili per l'interesse legittimo che vi è difeso, per quanto se ne possano condannare le punte estreme, e quelle invece che sono decisamente inammissibili. Chi può tracciare questa linea?
Farlo non è semplicemente compito di alcuni intellettuali riuniti in consesso. È piuttosto opera di una discussione pubblica, che crei intorno a idee e proposte il necessario consenso di ampi strati di popolazione. Qui possiamo fare solo esempi che richiedono una riflessione, e una discussione. Gli autotrasportatori avevano sicuramente interessi legittimi di categoria; ma è ammissibile che abbiano disorganizzato la vita di un intero paese per settimane e settimane?
Perché questa è la durata degli effetti di pochissimi giorni di sciopero. Gli abitanti del Napoletano hanno mille ragioni di essere furiosi con le loro amministrazioni, dal più piccolo Comune fino alla Regione. Autorità incapaci di fornire loro condizioni igieniche elementari e che, peraltro, avrebbero dovuto dimettersi immediatamente. Ma si può accettare un diritto alla resistenza all'intervento pubbico?
E si può scusare, in nome del torto subito, le violenze di forze non si sa da chi manovrate, gli assalti alla forza pubblica? La firma del contratto nazionale dei metalmeccanici è stata una vicenda difficile, costellata di rotture. Il Governatore della Banca d'Italia, Draghi, con la sua autorevolezza, aveva certificato il basso livello dei salari, in contrasto, secondo Mediobanca, con gli alti profitti del decennio passato. Naturalmente, l'esito positivo è anche frutto dell'opera del governo che è riuscito, testardamente, a far rientrare gli irrigidimenti delle parti, e che ha impedito che il clima teso potesse degenerare.
In questo quadro, appare incomprensibile l'iniziativa del presidente Illy, che ha richiesto ad Autovie Venete, per i lavoratori che avevano occupato per qualche ora l'autostrada, quello che non aveva domandato per gli autotrasportatori: la denuncia all'autorità giudiziaria. Che senso ha riaprire vicende ormai chiuse positivamente, con iniziative che nessuna autorità politica in Italia ha mai preso negli ultimi quindici anni? Iniziativa criticata aspramente dalle organizzazioni sindacali, e che ha fatto esplodere contraddizioni nell'area riformista, con la presa di posizione contraria di Gherghetta, presidente della provincia di Gorizia, e di altri esponenti democratici. Non sarebbe il caso, per una forza che si presenta come erede delle migliori tradizioni riformiste italiane, aprire una discussione aperta?
Una tolleranza illimitata del conflitto sociale non può che portare al disfacimento delle condizioni di vita associata. Una tolleranza zero non può che chiamarsi dittatura, impossibile ed inaccettabile. Un'intolleranza a corrente alternata non può che dar luogo ad arbitrio ed ingiustizia. Serve una linea di demarcazione; chi la darà?
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