Il progetto che non c'è

Ci vorrebbe un sogno. O almeno un po’ di slancio. Ma il partito democratico non ha finora mostrato né l’uno né l’altro. Peraltro i sogni scarseggiano. Non ne ha il centrodestra. E non ne ha il Nord. Il Nord ha paura. Ha lavorato duro, talvolta durissimo, per raggiungere livelli di vita che in certe zone, come il Nordest, solo pochissimi decenni fa erano impensabili. E adesso li sente insidiati. Da mille cose: una gara concorrenziale mondiale che rompe le ossa, un’irruzione da mondi lontani che ci fa sentire meno a casa propria, un’incertezza sulle cose da fare. Il problema non è se dirgli qualcosa che gli piaccia, che gli dia soddisfazione di com’è, di quello che fa, oppure se dirgli qualcosa che piaccia meno, ma sia necessario, come le terapie sgradevoli. Il punto è dirgli qualcosa, comunque. Non è per caso che i partiti di centrosinistra perdono da tutti e due lati.


È la sequenza che era sbagliata, fin dall’inizio. Non si può dire al paese: aspettate che prima ci mettiamo d’accordo su chi vi dirà qualcosa, le costituenti, gli organigrammi, e poi penseremo a cosa dire. E così finisce che i sostenitori più convinti di sempre si allontanino, incerti, e quelli più tiepidi, conquistati solo ieri, decidano che il centrosinistra non fa al caso loro. E il rischio è che lo decidano una volta per tutte. Ma senza il Nord non si governa, di questo sono convinti tutti. Il Friuli Venezia Giulia, dopo un movimento che lo aveva allontanato dal resto del Nordest, mostra oggi di tornare ad avvicinarsi alle altre parti del Nord. Il centrosinistra ha vinto di poco persino a Cervignano, la zona tradizionalmente più bulgara del Nordest, semmai qualcosa di paragonabile al bulgaro avesse potuto esserci. E i Ds hanno conquistato un solo consigliere comunale a Gorizia. Solo tra un anno ci saranno le regionali. Il problema principale è cosa dire. Non si possono semplicemente elencare le cose fatte: è il loro senso che va reso chiaro.


Così come bisogna rendere chiaro per quale compito si chiede una riconferma. Non è tardi per farlo, ma lo sta diventando. La decisione del presidente Illy di sciogliere la riserva sulla sua candidatura complica ulteriormente le cose per il suo schieramento. La prospettiva di dover impostare una campagna con un nuovo candidato solo a partire dal gennaio 2008 è così penalizzante da augurarsi per il centrosinistra che il presidente torni sulla sua decisione. Quando, nel 1998, Prodi si dimise fece capire senza mezzi termini che si riteneva vittima di intrighi. Chissà, forse c’erano anche stati. Ma una cosa è certa. Prodi arrivò indebolito a quella crisi perché si era seduto sugli allori di una battaglia vinta. Aveva fatto entrare l’Italia nell’euro, mettendola al sicuro da disastri come quello del 1992. Eppure non bastava: perfino Churchill fu congedato dopo una guerra vinta, e che guerra. Avrebbe dovuto rilanciare ponendo un nuovo obiettivo: dopo l’Italia in Europa, adesso dobbiamo portare l’Europa in Italia. Non lo fece, non diede il senso che c’era un nuovo compito.


Anche oggi sta soffrendo della stessa debolezza: non si capisce se i sacrifici erano davvero necessari, come lui dice, né a che scopo andavano fatti, per raggiungere quali obiettivi. Non è questione di maghi della comunicazione, è questione di lead­er­ship. E il resto del centrosinistra non sta molto meglio. C’è qualcuno, tra i suoi dirigenti che possa ripetere, senza ridere e senza farsi ridere dietro, le parole di quel presidente americano: non chiedetevi cosa il Paese può fare per voi, bensì cosa voi potete fare per il Paese? Io non so se ci sia o no. Ma se c’è, o se crede di esserci, è bene che si faccia avanti al più presto, anzi, subito.

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