IL RISCHIO DEI CONFINI ETNICI

Secondo Pietro Spirito la rimozione del confine con la Slovenia impone ancora una volta a Trieste di ripensare la sua identità. E perché mai? Forse che la fine del confine ha proiettato la città e la regione in un mondo nuovo in cui non ci sono più gli stati? Se nessuno controlla il mio lasciapassare a Rabuiese, ciò ricuce forse lo strappo del febbraio 1947? Semmai lo lacera di più, visto cosa è diventato il confine sul Dragogna. L'assenza di controlli a Fernetti ci riporta a prima del novembre 1918? Insomma da questo punto di vista, Trieste rimane quella che era prima della rimozione delle sbarre di confine. È vero però che questo punto di vista è molto parziale.


Spirito quando dice che Trieste farebbe bene a ripensare la sua identità guarda ad un altro aspetto del confine, sulla base di uno spunto tratto da un libro di Gianprimo Cella ("Tracciare confini", Il Mulino 2006). L'idea è che un confine tra due stati non è mai solo una linea "materiale", ma anche un simbolo. Dicendo questo si intende che un confine tra stati nazionali riflette anche il modo in cui viene mentalmente rappresentato lo spazio occupato dalle rispettive nazioni. Nei territori plurali come il nostro le cose sono ed erano più complicate. Le identità nazionali sono state spesso in conflitto proprio perché non c'era accordo su dove tracciare la linea di divisione. Trieste, la sua identità, è stata dunque spesso divisa tra opposte rappresentazioni dello spazio. Ma allora con la fine del confine tra stati vengono meno anche le ragioni di conflitto tra le identità nazionali a proposito del territorio condiviso? A me pare che non ci sia un legame necessario tra le due cose.


Anche se scompare il confine tra stati non è detto che automaticamente vengano meno anche le ragioni del conflitto tra opposte rappresentazioni mentali del territorio da condividere. Anzi la situazione potrebbe peggiorare. Ecco perché sarebbe bene riflettere oggi, a confine tra stati rimosso, su chi siamo, italiani e sloveni, sulla base di quali criteri condividiamo lo stesso territorio a cavallo del confine tra stati, le rispettive cittadinanze nazionali e quella europea. Il rischio infatti è di sottovalutare la possibilità di uno scambio tra vecchi e nuovi confini. Ce lo ricorda ancora Cella nel suo libro: "I confini che vediamo sparire sul primo versante (quello degli stati) possono ricomparire rafforzati su quello delle identità etniche". In vari modi. Che abolito un confine tra stati se ne possa tracciare un altro, etnico, lo si vede dalla invenzione di una identità etnica friulana posta a fondamento delle specialità regionale. Per non dire poi dell'incredibile legge regionale che penalizza gli sloveni che si candidano in liste multietniche.


In Francia la paura di una invasione di lavoratori non francesi ma europei contribuì molto al rifiuto del Trattato costituzionale. Se, infine, nelle recenti elezioni polacche avesse vinto la coalizione nazionalista saremmo qui a commentare che l'allora imminente abolizione del confine tra Germania e Polonia non ha impedito il successo di chi scommetteva sulla paura dei polacchi. Insomma, l'integrazione europea rende possibile abolire i confini tra stati, ma purtroppo non impedisce l'invenzione di nuovi confini etnici, né le derive etniche dell'opinione pubblica, né la mobilitazione in chiave etnica di vecchie ostilità nazionali. Sembra anzi che, garantita la sicurezza da parte dell'Europa, alcuni politici trovino remunerativo avvelenare i pozzi, etnicizzando lo spazio pubblico.


Sarebbe dunque bene che Trieste e la regione ripensino la propria identità perché il rischio di trovarsi in un territorio segmentato da confini etnici non è remoto. Un territorio plurale come il nostro avrebbe molto da perdere se dovesse prevalere ancora una volta l'idea che la soluzione migliore al problema delle diversità è quello rappresentato dai masi chiusi e dalle piccole patrie. Magari l'una tollerante nei confronti dell'altra. Ma entrambi intolleranti verso la volontà di donne ed uomini di usare le proprie identità nazionali come risorse e non come gabbie.

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