IL RISCHIO KOSOVO

Già da alcuni mesi i Balcani occidentali e in particolare le loro aree più inquiete, dal Kosovo, alla Serbia, alla Bosnia-Erzegovina, sono di nuovo fonte di preoccupazione e di divisione nella Comunità Internazionale. La ricerca di una soluzione per il problema del Kosovo, il cui status quo non appare più sostenibile, come ha ribadito nel suo rapporto trimestrale il segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon, si è ulteriormente complicata. Il progetto Ahtisaari che delineava per il Kosovo un processo di indipendenza ”sorvegliata” internazionalmente e condizionata alla realizzazione di elevati standard di tutela della minoranza serba e delle altre presenti, non è stato discusso all'ONU per la contrarietà della Russia che ha minacciato di porre il veto. Gli ulteriori tre mesi di trattativa diretta, concessi dall'ONU a Belgrado e Pristina, con il coordinamento di una trojka composta da Russia, USA e UE, non hanno dato risultati.


Nel rapporto al Segretario dell'ONU(19 dicembre) si è confermato il pieno disaccordo tra le due posizioni: kosovari-albanesi per l'indipendenza; Serbi per un'autonomia all'interno dello Stato serbo. Non essendo individuabile una soluzione in sede ONU, si apre la prospettiva di una dichiarazione di indipendenza, da parte dell'Assemblea del Kosovo, che potrebbe ottenere il riconoscimento da parte di molti stati, anche se ”condizionato” a una piena attuazione del piano Ahtisaari. Questo eventuale esito della vicenda potrà consentire, nel tempo, di ridurre la minaccia sulla stabilità dell'area derivante da un problema per troppo tempo irrisolto, ma non mancherà di produrre alcune complicazioni internazionali nel breve-medio periodo.


USA e Russia verificheranno il primo test di una nuova fase di confronto internazionale. L'UE, direttamente coinvolta nei Balcani, affronterà una prova assai complessa per la sua debole politica estera. La maggioranza dei suoi membri infatti è orientata a un riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo, ma forse non ci sarà una decisione unanime. Inoltre, il tentativo dell'UE di alleggerire l'attuale situazione di contrasto offrendo alla Serbia una rapida firma dell' Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA), per evitare un suo ulteriore isolamento e aprire la via a una domanda di adesione, si scontra con difficoltà e contraddizioni.


Da parte serba, perché la firma non potrebbe che essere apposta rivendicando la sovranità sul Kosovo per il quale, però, molti paesi dell'UE prevedono l'indipendenza; da parte dell'UE stessa, perché L'Olanda e il Belgio ritengono che non sia possibile giungere a un accordo finché la Serbia non avrà rispettato i suoi impegni di collaborazione con il tribunale dell'Aia,consegnando il generale Ratko Mladic. Anche la sostituzione dell'amministrazione ONU in Kosovo, con una a guida UE, rimane incerta quanto a modalità e tempi di realizzazione. Sia l'approvazione in sede ONU, che l'assunzione di iniziative autonome da parte europea trovano per ora la contrarietà di Serbia e Russia. Le diplomazie sono al lavoro per tentare di risolvere i differenti rebus.


Vi è, infine, l'impatto di questa incerta situazione sulla politica interna della Serbia. Benché la sua classe dirigente sia consapevole, quantomeno dalla drammatica fine della guerra del 1999 e del potere di Milosevic che ”il Kosovo è perduto” e che sarebbe realisticamente molto difficile controllare la Provincia contro la volontà del 90% dei suoi abitanti nonché sostenerne il peso economico, il problema del Kosovo, per ragioni storiche e culturali, rappresenta un tema da cui nessuna forza politica può prescindere. Esso, quindi, indipendentemente dalla sua reale incidenza sull'avvenire del paese, rappresenta un argomento politico comune, anche se con differenti accentuazioni e prospettive.


Per i nazionalisti costituisce la priorità per l'esistenza e l'avvenire della Serbia. Ne consegue l'ostilità verso chiunque voglia l'indipendenza del Kosovo e l'orientamento a un'alleanza con la Russia. I democratici, come in passato, sono divisi. Per una gran parte di essi ( DS del Presidente Tadic e altri) il problema non può essere sottovalutato, ma è sopratutto importante e vitale guardare avanti, rompere l'isolamento, arrivare all'integrazione con l'UE. Per un'altra parte(ad esempio il DSS del primo Ministro Kostunica), il richiamo nazionalista, al di là dell'Europa, continua ad essere vivo, sia per ragioni culturali che per antichi legami di potere.


Questa ambiguità della posizione dei democratici riflette, d'altra parte, una contraddizione presente anche nella maggior parte dell'opinione pubblica. I sondaggi rivelano infatti che, al di là del problema del superamento delle difficoltà economiche, ritenuto prioritario, oltre il 70% ritiene importante il tema del Kosovo, ma, nella stessa misura, quello dell'integrazione nell'UE. Il primo turno delle presidenziali in Serbia, pur se ancora caratterizzato dalla presenza di più concorrenti, evidenzia lo scontro in atto nei risultati dei più votati: Nikolic (nazionalisti): 39,96%; Tadic (democratici): 35,41%. L'esito della sfida al secondo turno( 3 febbraio) rimane quindi incerto, così come il futuro delle Serbia.

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