IL RISCHIO STAGNAZIONE

Seppure con gli eccessi di una speculazione intimorita dalla chiusura della Borsa di New York, in tutto il mondo le quotazioni azionarie stanno registrando, e non da ieri, l'estensione all'economia reale dell'infezione determinata dai mutui subprime. Questi mutui, allegramente concessi negli Usa con garanzie inesistenti o solo presunte, sono stati impacchettati, si potrebbe dire camuffati, in obbligazioni strutturate. E poi disseminati nel mondo dove ora vagano come rifiuti tossici. In assenza di organi di controllo globali almeno quanto lo sono i mercati finanziari, ora di queste obbligazioni corsare non si sa quante ne siano state emesse, né chi le abbia sottoscritte. Di conseguenza, banche, intermediari finanziari, fondi comuni, tutti i principali operatori finanziari diffidano gli uni degli altri, nessuno potendo più offrire garanzie certe di solvibilità.


La circolazione della liquidità, quindi, è fortemente rallentata, la concessione di credito si è fatta più guardinga, ed i tassi di interesse, specialmente sul breve termine, sono sensibilmente saliti. Fin qui è quel che sta succedendo nella finanza mondiale. Ma l'infezione, dicevamo, si va rapidamente estendendo all'economia reale. L'epicentro di questo contagio sono ancora gli Stati Uniti a motivo del fatto che in quel Paese è particolarmente elevato l'indebitamento delle famiglie. Data la grande diffusione delle carte di credito, per una larga quota della popolazione è normale comprare tutto a debito, con lo stipendio che a fine mese viene in buona parte assorbito solo per ripristinare capacità di indebitamento. In un sistema siffatto, una variazione dei tassi di interesse su quei debiti si traduce immediatamente in una variazione di segno opposto dei consumi. Ora, quindi, l'aumento dei tassi si sta traducendo in una frenata dei consumi così repentina ed accentuata da indurre la maggior parte degli economisti a mettere in conto per quest'anno almeno due trimestri di vera e propria recessione. Una recessione dell'economia statunitense non è cosa da rimanere isolata.


Ed infatti, anche le previsioni relative a tutti gli altri principali sistemi economici vengono riviste al ribasso e le borse si comportano di conseguenza: fin dall'estate scorsa si erano fatte più prudenti, ma ora che i timori si vanno traducendo in certezze, l'adeguamento delle quotazioni al deterioramento delle prospettive di volumi di affari e di profittabilità si fa più deciso. Anche se le banche italiane non sono cadute nelle trappole di questa finanza forse innovativa, ma certamente corsara, l'economia risente di questo peggioramento "globale", delle sue tensioni finanziarie, nonché delle conseguenze indirette, ma incisive, come la forza dell'euro rispetto al dollaro o i rincari dell'energia. Il risultato di tutto questo è che il tasso di crescita dell'economia italiana, che già nei due anni passati non era riuscito neppure a toccare il 2%, non promette per quest'anno - almeno nelle previsioni della Banca d'Italia - che un misero 1 per cento. I problemi che ne derivano non sono di poco conto. Una crescita che è quasi una stagnazione pone in primo luogo un problema di conti pubblici.


Dovranno essere riviste le previsioni sulle entrate ed escludere del tutto la comparsa di nuovi "tesoretti". La eventualità di una riduzione delle imposte per sostenere il potere d'acquisto di lavoratori dipendenti e di pensionati, sulla quale il ministro dell'Economia già si era dimostrato quanto mai prudente, si fa più ardua. Si fa più ardua anche la possibilità di farvi fronte con riduzioni di spesa che sono sempre difficili da realizzare, figurarsi con una economia in frenata. Pur con tutti i limiti delle politiche redistributive, se ora vengono a mancare risorse pubbliche per sostenere i consumi, c'è il rischio che si avviti una spirale lungo la quale le possibilità di crescita dell'economia si riducono ulteriormente.


Le iniezioni di moderazione salariale e di flessibilità praticate nei quindici anni seguiti agli accordi del 1993 hanno consentito di difendere i profitti, ma non sono valse ad attivare gli investimenti per convertire un sistema produttivo strutturato per operare su mercati segmentati e con una moneta disponibile a fornire competitività con le sue svalutazioni, in un sistema in grado di competere sulle fasce più ricche di un mercato globalizzato e con una moneta non solo stabile, ma forte. La strutturale debolezza che ne deriva è la causa della perdita di posizioni nelle classifiche del reddito pro capite, dei salari medi e di ogni altro indicatore del grado di sviluppo e di benessere. In termini relativi ai Paesi con i quali ha più senso confrontarci, questa debolezza è ormai una costante, ma il divario si accentua quando il contesto finanziario ed economico internazionale si rabbuia. Se, poi, a questo quadro già fosco aggiungiamo i venti di crisi che spirano sul governo e sulla legislatura, davvero non rimane che invocare qualche santo protettore ed affidarci a lui.

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