IL SENTIERO DEL QUIRINALE
Il Quirinale è preoccupato per le conseguenze della sfiducia al governo del Senato. Teme una crisi dilacerante. Prodi, con altrettante ma diverse ragioni, ha preferito la certificazione pubblica della fine della maggioranza prima di dimettersi. L'evolversi della situazione sarà necessariamente condizionata da questo. Infatti, il presidente del Consiglio, scegliendo di "bombardare il quartier generale", ha allontanato l'ipotesi d'uscita morbida dalla crisi. Compreso un suo reincarico, contrattato con tutta o parti dell'opposizione (oltre ai transfughi di Dini e Mastella), per fare la legge elettorale. O il "governo tecnico": formula senza Prodi e più bipartisan nella composizione dell'esecutivo. Tutti scenari accettabili dalla leadership della sinistra (che preferirebbe il primo), bisognosa di tempo per "leccarsi" le ferite. E pure dal centrodestra (con l'ovvio favore per il secondo) sicuramente seccato, ora che assapora la vittoria, di trovarsi tra i piedi quel "trappolone elettorale - la cosiddetta riforma Calderoli - che ha minato la strada di Prodi. Ma il karakiri del premier al Senato è un colpo a entrambe le formule. Specie il reincarico. Che, per di più, lo avrebbe ridotto a un ectoplasma politico usa e getta. Difficilmente avrebbe potuto accettare quest'eutanasia. Il che nulla toglie alle preoccupazioni del Presidente Napolitano che così si perda il filo delle nostre istituzioni.
La crisi è condizionata da questi suoi primi passi caratterizzati da una dialettica di posizioni tra il Colle, il cui dovere istituzionale è preservare nei limiti del possibile la legislatura, e Palazzo Chigi. Che, col voto parlamentare, ha imposto un'assunzione pubblica di responsabilità politica per questa crisi di governo. Pur consapevole che questo avrebbe spianato la via al voto anticipato. E delle relative contrarietà del Colle convinto che, con la legge elettorale in vigore, le urne possano poco per garantire coalizioni stabili e la governance del Paese. Preoccupazioni legittime, queste della Presidenza della Repubblica. Nondimeno, pure Prodi ha le sue ragioni quando sottolinea, in tempi di bipolarismo, come il frantumarsi di una coalizione sia un fatto politico meritevole, in nome del principio di responsabilità, di discussione in Parlamento.
Certo, il dovere prioritario del Colle, come tutore della Costituzione, è di provare a consentire la continuazione della legislatura evitando lo scioglimento anticipato delle Camere. Ciò nonostante se, come s'è visto al Senato, "il re è nudo" (ovvero il centrosinistra è fuso e che la riforma elettorale è una chimera) i giochi sono fatti. Meglio, allora, cedendo uno dei due pilastri del bipolarismo, lasciare il passo all'altro. E provare una riorganizzazione. D'altronde, le "campane a morto" per il governo erano già suonate con l'ammissione del referendum elettorale da parte della Corte costituzionale. Perché l'istinto di sopravvivenza dei nano-partiti, indotti a preferire il voto posticipando il referendum con le sue incognite, ha condannato Prodi. E una lenta agonia di legislatura è peggio del voto anticipato.
Inoltre questa legislatura pare in grado di partorire solo una riforma elettorale di quelle che vano bene a tutti: cioè perfettamente inutile. O al peggio, che cambierebbe quello che bene o male funziona (la legge elettorale della Camera) per generalizzare a tutto il Parlamento il modello adottato al Senato. Preferibile, allora, andare alle urne. Aspettando poi che il referendum elettorale, pur coi suoi limiti, faccia il suo corso. Diversamente, c'è il rischio della palude. Ecco perché pare dubbio l'accanimento terapeutico per tenere in piedi una legislatura ormai andata.
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