IL SÌ DELL’ITALIA RESPONSABILE

Il risultato del referendum sul welfare è una grande dimostrazione di responsabilità. Lo è il grande afflusso alle urne, lo è il larghissimo successo dei sì, superiore alle previsioni, ma lo è anche - in qualche modo - il pronunciamento a favore del no: un sintomo di dissenso civile all'interno di una comune partecipazione. Anche il no è un voto da rispettare, da comprendere: la volontà di contribuire comunque, pur con la propria dissonante opinione, al futuro del Paese.


Difficile sorprendersi, del resto, del pronunciamento dei lavoratori della Fiat. Nella loro storia hanno vissuto troppe delusioni: a partire dal modo con cui l'azienda ha usato l'accordo del 1980, con l'espulsione definitiva dalla fabbrica di decine di migliaia di persone. Hanno vissuto sulla loro pelle, anche, troppe debolezze del sindacato: questo ci dice quel pronunciamento, non chiudiamo gli occhi. È significativo comunque che il no abbia prevalso solo di misura fra i metalmeccanici, nonostante l'impegno in questa direzione della federazione di categoria della Cgil.


Ed è significativo che il sì abbia avuto la percentuale più alta fra gli edili, il settore forse più esposto alla durezza del lavoro e alle sue tragedie, con un numero altissimo di incidenti mortali: il settore, quindi, che avrebbe più ragioni per protestare e per chiedere. È importante anche il successo del sì nel pubblico impiego dove spesso, in passato, il corporativismo non è sembrato estraneo agli stessi iscritti ai sindacati confederali. Hanno avuto ragione dunque i dirigenti sindacali a confidare nel senso di responsabilità dei lavoratori: questa è la vera vittoria di tutti.


L'Italia non è popolata solo da evasori fiscali e da corporazioni minacciose e ringhiose, e non è solo percorsa dalla febbre del «vaffa». Ci sono dei controcorpi, in questo Paese, e una vera classe dirigente potrebbe utilizzarli al meglio: purtroppo questa classe dirigente non c'è, e il ceto politico è largamente indefendibile o inadeguato. Con eccezioni, certo: eccezioni, sempre più isolate e minoritarie. Di fronte a questa larga partecipazione al voto e a questo risultato appaiono fuori luogo i tentativi di utilizzare tutto questo in modo strumentale: magari cercando di servirsi dei no per strappare qualche modifica all'accordo o dei sì per nascondere le crepe della maggioranza.


Questo voto dà ampiamente ragione al sindacato e al governo, ma tutto questo non basta e questo referendum non può essere piegato al piccolo cabotaggio. E' più grande il debito che il paese ha nei confronti del mondo del lavoro, su questo occorre riflettere. L'industria, l'edilizia, il lavoro precario, le tante tragedie che ignoriamo, i tanti problemi su cui chiudiamo gli occhi. Nel corso degli anni sessanta e settanta, con grande ritardo, questi nodi si erano progressivamente imposti all'attenzione collettiva, lo Statuto dei diritti dei lavoratori fu il riconoscimento -tardivo- che non esistevano cittadini di serie A e di serie B, e che la Costituzione valeva per tutti. I temi della nocività del lavoro, della sicurezza in fabbrica, della dignità furono assunti per una breve stagione all'interno della consapevolezza collettiva. Gli operai conquistarono allora un ruolo importante nell'immaginario e nel discorso pubblico: durò pochissimo, e non solo per il rapido prevalere degli stereotipi, per la fossilizzazione degli slogan e delle parole, per l'affacciarsi della retorica.


Negli anni ottanta calò il sipario sulle colossali trasformazioni del lavoro, sulle loro contraddizioni e sui loro drammi, e il silenzio è durato a lungo. Nell' "Italia da bere", nell'Italia del rampantismo e delle tangenti, non c'è stato più posto per questi problemi e da allora indifferenza e rimozione hanno occupato largamente il campo. C'è voluto un vecchio (ex) comunista come Giorgio Napolitano, giunto al più alto scranno della repubblica, per ricordare agli italiani il dovere della solidarietà e della sensibilità civile. In questi giorni il mondo del lavoro dipendente ha messo ancora una volta al centro il bene collettivo, e a questa prova di responsabilità hanno contribuito categorie che avrebbero diritto a esigere di più dal paese: se ne tenga conto, per favore.

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