Imbuto Bosnia, saliti a oltre 10 mila i migranti che puntano verso Nord

Ma la Croazia attua controlli duri. L’intelligence di Sarajevo: c’è chi torna in Grecia e tenta la via del mare



La Rotta balcanica non si sta prosciugando, al contrario. E i numeri confermano che la via è sempre battuta. Ma anche che i controlli – quelli severissimi della Croazia – in qualche maniera funzionano e filtrano i passaggi verso nord, "convincendo" persino qualche migrante a fare marcia indietro.

È questo il quadro che è stato suggerito dalle autorità di Sarajevo, e in particolare dal ministro bosniaco della Sicurezza, Dragan Mektić. Il quale ha reso noto che, alla data dello scorso 25 giugno, la Bosnia-Erzegovina ha sfondato i 10 mila migranti presenti: 10.555 per l’esattezza quelli registrati nel Paese, dei quali soltanto in 160 hanno richiesto asilo mentre la stragrande maggioranza è in transito: mèta finale, l’Europa più ricca. E Sarajevo, ha segnalato l’agenzia bosniaca Fena, è ormai certa che quest’anno si supererà la quota del 2018, che registrò circa 25 mila ingressi.

Da dove arrivano i migranti? Dalla Grecia, in parte via Macedonia del Nord, Albania e Montenegro, Paese quest’ultimo dove «i transiti sono in aumento» assieme all’attività dei trafficanti di esseri umani, hanno segnalato nei giorni scorsi i media di Podgorica. Il flusso maggiore continua però ad arrivare dalla Serbia, dove secondo le stime più recenti del governo i profughi in attesa sono circa quattromila, in aumento rispetto alla primavera. Belgrado «indirizza i migranti verso la Bosnia-Erzegovina e ci sono stati casi di attraversamento» della frontiera serbo-bosniaca senza accertamenti da parte serba, ha di recente denunciato in proposito il giornalista e politologo bosniaco Almir Terzić al portale Cdm, sottolineando anche che Sarajevo teme una probabile «nuova ondata di arrivi» durante l’estate.

Ed è proprio la Bosnia a essere sempre più epicentro del problema, non solo per il superamento di “quota 10mila”, ma anche perché in alcune aree «la situazione è fuori controllo», ha aggiunto Terzić. Si tratta di un riferimento a ciò che avviene nella parte nordoccidentale della Bosnia, in particolare a Bihac, dove la maggior parte dei migranti confluisce per poi tentare il passaggio in Croazia. Migranti che «non hanno il diritto di violare la vita quotidiana e il funzionamento delle comunità locali», ha specificato lo stesso ministro Mektić, in risposta agli allarmi sempre più forti che giungono dalle popolazioni locali. Servono «regole di comportamento», ha aggiunto il ministro, oltre che assistenza e «trattamento umanitario».

Ma di umanitario, in certe aree, c’è ben poco, come nel campo profughi di Vucjak, a un tiro di schioppo da Bihac, una bomba a orologeria. Un nuovo allarme sulle condizioni a Vucjak è stato lanciato dalla Croce Rossa, che ha sottolineato una «condizione sanitaria allarmante, con molte persone già colpite dalla scabbia» e migranti malati di tubercolosi ed epatite, costretti in quarantena. Contesto difficile e controlli serrati alla frontiera croata che hanno fatto pensare ad alcuni di essi che forse sia meglio fare marcia indietro. E tornare in Grecia, una delle tappe precedenti del loro lungo e incerto viaggio.

A rivelare quest’ultimo inedito scenario è stato il numero uno del Dipartimento di intelligence del Servizio per gli stranieri della Bosnia, Rade Kovac. Sulla base di informazioni riservate, Kovac ha svelato che alcuni migranti hanno provato fino a «74 volte senza successo» di entrare in Croazia dalla Bosnia, venendo sempre respinti dalla polizia di frontiera. E diversi di loro – ma Kovac non ne ha precisato il numero – hanno raccolto le loro poche cose e «fatto ritorno in Grecia», Paese che secondo dati dell’Oim ha già superato gli arrivi del 2018, toccando i 13.383. Da lì, ha concluso ancora Kovac, tenteranno via mare l’ingresso in un Paese dell’Ue non meglio specificato. Ma con alta probabilità si tratta dell’Italia. —



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