«In porto una mafia bianca ferma gli investimenti privati»

«Nel porto di Monfalcone non si può fare nulla perché c’è la mafia bianca che ti stritola. Agli imprenditori privati è stato impedito di fare qualsiasi investimento. Non ti dice mai no nessuno, ti fanno andare avanti con un progetto, te lo fanno anche presentare. Poi in silenzio, come fa un anaconda, il sistema ti circonda e ti stritola. Lo chieda a Vescovini che con il progetto di Smart Gas ha perso due milioni».
Riccardo Scaramelli da alcuni anni è uscito dalla Compagnia portuale del gruppo maneschi dove era amministratore delegato e poi, negli ultimi anni, presidente. E quando parla del porto di Monfalcone lo fa sempre con grande amarezza, ed ora che è fuori, levandosi dalla scarpa macigni più che sassolini. ,
«La mia esperienza in Compagnia portuale? – esclama – Dodici anni, i più inutili della mia vita professionale. Di utile c’è stato solo il fatto che ho salvato un’impresa che era allo sbando, aiutando i vecchi ad andarsene felici e tenendo gli altri 80 giovani che sono rimasti e a i quali sono riuscito a cambiare mentalità. Lavoratori straordinari che vorrei a lavorare con me in qualsiasi parte del mondo».
Non a Monfalcone però. «Monfalcone ha quello che si merita, sono rimasto amareggiato, uno scalo dove ho visto cose orribili che mi hanno disgustato. Abbiamo lavorato, investito e rifatto un porto come quello di Genova, abbiamo lavorato anche a San Pietroburgo e a Costanza. Ma nemmeno in Romania abbiamo avuto le difficoltà riscontrare a Monfalcone».
Le accuse di Scaramelli sono molto pesanti: «In porto c’è una mafia bianca che non permette agli imprenditori di investire – insiste – e si tratta dei soliti noti che con l’Azienda porto e la Camera di commercio decidevano sul porto. Avevamo due progetti per investire e rifare il porto, uno assieme a Vescovini che non sono stati nemmeno presi in considerazione. Lo stesso Vescovini con Smart Gas ha buttato via due milioni. Ma lo stesso anche è toccato a Bortolussi della Marter che non ha potuto fare nulla dentro ma è stato costretto a investire all’esterno. E lo stesso è toccato a noi della Compagnia portuale. Abbiamo dovuto acquisire un piazzale all’esterno dello scalo per le attività di logistica».
Sono durissime le parole dell’ex amministratore delegato della Compagnia portuale. «Mi dispiace – aggiunge – perché chi poi paga questa situazione sono i soliti pesci piccoli e non quelli che sono il vero cancro di Monfalcone. Ma cosa si può pensare quando le autorità che controllano ti dicono che la cassa di colmata è una discarica a cielo aperto e non può essere usata per i progetti che bisognerebbe fare per lo scalo? Perché nessuno è finito in galera per questo? Sappiamo tutti chi sono i responsabili del progetto, una discarica realizzata senza autorizzazioni con i soldi pubblici. E nessuno ne paga le conseguenze? ».
Scaramelli lo ripete: Nemmeno a Costanza in Romania ho avuto le difficoltà che ho incontrato a Monfalcone, lì mi hanno lasciato lavorare in pace. A Protorosega non ci hanno lasciato fare nulla. E sono contento di essere andato via. Ho soltanto un rimpianto, di non essere uscito prima». –
G. G.
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