In tre mesi persi 635 posti di lavoro:cresce solo l’assunzione di stranieri

Negativi i dati relativi a fine 2006. Più contratti a tempo indeterminato
Nel Monfalconese calano i posti di lavoro degli italiani, distribuiti tra settore metalmeccanico, commercio e settore alberghiero, mentre aumentano quelli degli stranieri, quasi tutti occupati all’interno di Fincantieri e nel settore edile. Le rilevazioni dell’Agenzia regionale per il lavoro hanno registrato nell’ultimo periodo del 2006 per Monfalcone, Grado e mandamento, un calo di oltre 600 posti di lavoro. Le assunzioni di lavoratori italiani infatti sono state 1685, mentre le cessazioni sono state ben 2320. Situazione opposta per i lavoratori extracomunitari: per loro la crisi sembra non esistere. Le assunzioni per i lavoratori stranieri sono state 231, le cessazioni 208: in tutto, 23 posti in più. Per quanto riguarda le caratteristiche delle assunzioni e cessazioni, come sempre, il lavoro a Monfalcone si configura come prettamente maschile. Su 1685 assunzioni, ben 1174 sono di uomini, e solo 511 di donne. Per le cessazioni invece il divario non è così elevato: 1397 uomini e 923 donne. Il che indica che, ancora una volta, sono queste ultime a risentire di più della crisi. La tendenza è ancora più elevata per gli stranieri, ma di questo c’è poco di cui stupirsi: barriere linguistiche e culturali fanno sì infatti che ancora la parte femminile dell’immigrazione sia nascosta.


Tra le etnie più presenti nel mondo del lavoro monfalconese ci sono naturalmente la bengalese, la croata, la jugoslava e l’albanese. Per quanto riguarda gli italiani, le stipule di rapporti di lavoro sono praticamente tutte concentrate nella regione, a parte una piccola parte che concerne lavoratori provenienti dalla Sicilia. Almeno una buona notizia, per quanto riguarda il mondo del lavoro però c’è: riguarda la tipologia delle assunzioni, che per una volta sono per la maggior parte a tempo indeterminato, dopo anni e anni di prevalenza del tempo determinato. Il tempo determinato infatti vede la stipula di 626 contratti, mentre il lavoro fisso ne conta ben 1080. È un punto da tenere presente, visto che sono anni in cui tra le due tipologie prevale nettamente la prima. Anche se, purtroppo, ormai il lavoro a tempo indeterminato non indica più la sicurezza: tra le cessazioni, infatti, ben 1444 sono registrate sotto la voce «indeterminato», e 935 sotto quella del tempo a scadenza.


Quali i settori più interessati alle cessazioni, quindi più colpiti dalla crisi? Si tratta delle voci «produzione di metallo e fabbricazione di prodotti in metallo», alberghi e ristoranti e commercio all’ingrosso e al dettaglio. Tutte situazioni di cui lo stato di difficoltà è noto. Tanto che i sindacati non si stupiscono affatto di queste notizie negative. «Siamo sempre stati noi a sostenere che in provincia di Gorizia non ci sono grandi segnali di ripresa, venendo spesso tacciati essere delle Cassandre – spiega Paolo Liva, della segreteria provinciale della Cgil -. Invece, la situazione della provincia la conosciamo bene. Abbiamo perso il settore del tessile completamente. Abbiamo perso l’alimentare. Stiamo perdendo una grande azienda chimica, l’Ineos. Abbiamo avuto dei cedimenti nella metalmeccanica: non si deve dimenticare che sono ancora a spasso 120 lavoratori della Finmek». I sindacati vedono il futuro ancora più nero del presente. «Non vediamo arrivare nuovi imprenditori in provincia di Gorizia – spiega Liva –, né vediamo nuove industrie. E le aziende già presenti stanno investendo poco, sia sui processi produttivi che sulla tecnologia o l’innovazione. Le aziende agiscono solo sul costo del lavoro e sulla flessibilità, invece che sulla ricerca e lo sviluppo».


Due settimane fa, per far presente questa situazione, c’è stato lo sciopero generale provinciale. «Perchè è necessario attirare l’attenzione delle istituzioni – conclude Liva – e far presente che alcune strutture, come la Ccia e i Consorzi industriali, andrebbero a questo punto ripensati».
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