I primi passi oltre il confine e la lezione di Go!2025: la memoria di Gorizia nell'intervista a Gallarotti
Dal ricordo del padre sindaco e gli incontri con Štrukelj negli anni '60 fino alla Capitale della Cultura: «Le differenze tra le due città sono la nostra vera forza».

Antonella Gallarotti, quanto nei discorsi di suo padre, sindaco di Gorizia dal 1964 al 1965, era presente Nova Gorica?
«Con lui e con l’allora sindaco Štrukelj sono iniziati gli incontri tra le due amministrazioni comunali. È stata una scelta importante, per certi aspetti coraggiosa, che guardava al futuro. In casa lo sapevamo, non c’era bisogno di parlarne. Ma mio padre ricordava sempre una lettera di Štrukelj che citava i versi di Prešeren: che il confinante possa essere il vicino, e non il diavolo».
E lei da bambina, da ragazza, il confine come l’ha vissuto?
«Il confine separava due mondi. Con la mia famiglia facevo gite nell’ex Jugoslavia, non tanto a Nova Gorica, quanto a Loqua e nella valle dell’Isonzo. E la sensazione era di andare “di là”, in un posto diverso, contrapposto a quello occidentale».
Aveva paura nell’attraversarlo?
«Paura direi di no, ma avvertivo un po’ di timore nell’entrare in un mondo dove non c’erano le nostre leggi. C’era la consapevolezza di dover fare attenzione a come ci si comportava. Dal 1991, l’anno dell’indipendenza della Slovenia, diventata così un Paese libero, il confine lo si supera con un altro spirito, con leggerezza».
Ora lo attraversa spesso?
«Abbastanza di frequente».
Per quali motivi?
«Per alcuni acquisti, per qualche cena fuori, per consultare un libro alla biblioteca Bevk o per comprarne uno da Maks. Oppure per visitare il cimitero ebraico di Valdirose. Poi, per il mio testo “111 luoghi di Gorizia e Nova Gorica che devi proprio scoprire” ho frequentato un bel po’ Nova Gorica e i suoi dintorni per approfondire gli argomenti di cui scrivere».
In ogni caso, il confine lo attraversa più ora o lo attraversava più in passato?
«Più ora, senza dubbio. Anche per qualche mostra o qualche evento a Lubiana».
Questa maggior facilità nel superare il confine lo ha per così dire banalizzato, rendendolo meno suggestivo, meno avventuroso?
«No. Per me, in passato, non c’è mai stato un particolare fascino nel passarlo. Ora, invece, so di poter scoprire o riscoprire luoghi, frammenti di storia, monumenti, scorci. E, grazie a queste ricerche, compiute per il mio libro, ho anche potuto conoscere persone straordinarie».
Può fare un esempio?
«L’artista Oskar Kogoj, designer di Merna, di cui conoscevo i lavori. L’ho trovato squisito: sì, parlare con lui è stato veramente emozionante».
Ha anche qualche ricordo spiacevole del vecchio confine?
«No. Certo la rete alla Transalpina evocava momenti tristi, anche violenti, ma non erano parte del mio vissuto. Della Slovenia vista da bambina ricordo le discese in slittino sulla neve e le pochissime parole imparate: il saluto dober dan, il succo di mirtillo, borovnicev, allora praticamente sconosciuto in Italia, che ero in grado di ordinare da sola».
Pensa che i goriziani siano molto differenti dagli abitanti di Nova Gorica?
«Non credo. In ogni caso, ognuno di noi, anche per le storie familiari che ci si porta dietro, è diverso dall’altro. Va però evidenziato, tra Gorizia e Nova Gorica, quello che reputo il vero problema: la lingua. Un tempo era la non conoscenza dello sloveno a rendere il passaggio del confine l’approdo in un altrove. Ora i giovani l’inglese lo parlano tutti e ciò ha ridotto questa barriera».
Cosa si dovrebbe fare per migliorare ulteriormente i rapporti tra Gorizia e Nova Gorica?
«Con Go!2025 si son fatti enormi passi in avanti nella conoscenza reciproca. Credo che per quelli della mia generazione manchi una comunicazione migliore degli eventi. Al di là degli appuntamenti principali, di alcune iniziative di Nova Gorica ho saputo all’ultimo momento o a posteriori. Mi rendo conto che anche in questo caso il problema linguistico abbia precise responsabilità, ma la criticità va comunque risolta o almeno attenuata».
Nonostante le difficoltà linguistiche che ha evidenziato, in occasione di Go!2025 ha avuto modo di collaborare con iniziative promosse da istituzioni slovene?
«Lo scorso anno ho partecipato ad alcuni eventi del progetto Episcop per “I suoni delle parole/Suns di peraulis” a Nova Gorica e a Gorizia con una relazione sulla poesia friulana nell’ambiente culturale goriziano del XIX secolo (compresi alcuni testi di autori di madrelingua slovena) e ho collaborato al volume “Mesto na meji. Goriška v 20. stoletju (Città di confine. Il Goriziano nel XX secolo)” edito da Zavod Go!2025 e curato da Kaja Širok con un testo sui primi incontri tra i due Comuni con i sindaci Gallarotti e Štrukelj».
Si deve andare verso una città unica?
«Le città sono e restano due: Gorizia e Nova Gorica. Occorre lavorare assieme per risolvere i problemi comuni, questo sì, ma non ci si deve dimenticare che le normative di riferimento rimangono differenti. In fondo, le differenze tra le due città sono una forza».
Davvero?
«Senza dubbio. Ed è anche grazie a questa diversità che si è conquistato il titolo congiunto di Capitale europea della cultura. La differente storia delle due città e il racconto del confine e del suo superamento hanno reso vincente la candidatura. Il concetto di “Borderless” non può essere espresso da una parte sola. Ovvio, nel 2025 il titolo spettava di diritto a una città slovena, ma è stato il determinante appoggio di Gorizia che ha consentito a Nova Gorica di superare le altre città candidate. E ora i risultati di questo impegno si stanno vedendo in termini di turismo e di attenzione verso un territorio che, in precedenza, non era sufficientemente conosciuto. È quindi importante che si continui su questa strada e che anche da fuori giungano gli investimenti».
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