La Carta di Milano e la lotta agli sprechi

Qualcuno, più pessimista, potrebbe dire che la Carta di Milano – il documento che resterà dell’Expo 2015 – è solo un libro dei sogni. Ma anche la schiavitù, sancita da trattati e leggi internazionali...
Di Federico Sanjust
Il presidente della Camera Gianfranco Fini S con il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon D al palazzo di vetro oggi 5 febbraio 2010 a New York ANSA RICCARDO CHIONI DBA
Il presidente della Camera Gianfranco Fini S con il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon D al palazzo di vetro oggi 5 febbraio 2010 a New York ANSA RICCARDO CHIONI DBA

Qualcuno, più pessimista, potrebbe dire che la Carta di Milano – il documento che resterà dell’Expo 2015 – è solo un libro dei sogni. Ma anche la schiavitù, sancita da trattati e leggi internazionali per secoli cominciò a finire quando fu messo per iscritto che era vietata. Si spera che sia lo stesso discorso per la fame e per l’ineguaglianza alimentare.

L’impostazione. Il testo della Carta è impostato come un impegno solenne dei sottoscrittori (finora un milione e mezzo di persone, tra cui il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon) a battersi perché il cibo sia considerato «un diritto umano fondamentale». L’impegno è quello di mettere in atto azioni e sollecitare decisioni politiche in tal senso. Ban Ki-Moon ha detto che entro il 2030 «non ci sarà più nessuno che andrà a letto con la fame».

In che cosa si crede. La piattaforma comune di queste persone è che «il cibo abbia un forte valore sociale e culturale, e non debba mai essere usato come strumento di pressione politica e economica». Un altro punto fermo è la convinzione che «le risorse del pianeta vadano gestite in modo equo, razionale ed efficiente, affinché non siano sfruttate in modo eccessivo e non avvantaggino alcuni a svantaggio degli altri.

Che cosa si rifiuta. Ancora nel 2015 è necessario constatare che «non è ancora universalmente riconosciuto il ruolo fondamentale delle donne, in particolare nella produzione agricola e nella nutrizione». E questo mentre 800 milioni di persone soffrono la fame cronica, due miliardi di persone sono malnutrite o soffrono di carenze di vitamine e minerali e due miliardi di persone sono in sovrappeso e 160 milioni di bambini soffrono di malnutrizione e crescita ritardata. Eppure ogni anno cinque milioni di ettari di foresta scompaiono, con un grave danno alla biodiversità.

Una nota italiana. Solo la nostra cultura poteva imporre che, in un documento che continua ad avere una connotazione tragica, ci fosse un riferimento come questo: «Il cibo svolge un ruolo importante nella definizione dell’identità di ciascuna persona ed è una delle componenti culturali che connota e dà valore a un territorio e ai suoi abitanti». Un’affermazione vera e importante.

Lotta allo spreco. Nella consapevolezza che il cibo prodotto è tanto, è necessario che si evitino gli sprechi perché tutti ne possano godere. Di qui la necessità di «adottare comportamenti responsabili e pratiche virtuose, come riciclare, rigenerare e riusare gli oggetti di consumo al fine di proteggere l’ambiente». Un dovere è anche «promuovere l’educazione alimentare e ambientale in ambito familiare».

Chi si impegna. L’impegno viene preso dai membri della società civile, dalle imprese. Se i cittadini devono far sentire la loro voce a tutti i livelli istituzionali e in ogni situazione, le imprese devono migliorare l’occupazione e la produzione, commercializzare cibi sicuri e informare.

Servirà tutto questo? Forse sì. Il documento, scritto in dieci pagine semplici e chiare e tradotto in molte lingue si conclude avvertendo che «un futuro sostenibile e giusto è anche una nostra responsabilità».

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