LA CASTA E I MINISTERI
Un po' di arcobaleno tocca pure al governo Prodi. Che, invece, ha vissuto gli ultimi giorni sotto "pioggia battente". Ovvero esposto al rischio di trovarsi al Senato senza maggioranza in sede di approvazione della Finanziaria. A portare sereno è il ripescaggio della cosiddetta "legge Bassanini" in materia di organizzazione - sostanzialmente un vincolo per fissare il numero massimo dei dicasteri possibile - dell'esecutivo. Nella sostanza, si tratta di un emendamento inserito dalla maggioranza in Finanziaria per imporre legislativamente, a partire dal prossimo governo, un tetto di 12 ministri e di 60 tra viceministri e ai sottosegretari di Stato.
Certo, è difficile dire se tutto ciò basterà al Senato per portare in porto sicuro, con la Finanziaria medesima, la barca di Prodi. Peraltro piuttosto malconcia per il minacciato ammutinamento dei "centristi". Decisivi perché a Palazzo Madama il governo vive su numeri aleatori, privo di certezza. Infatti, è proprio per ricompattarsi al proprio interno che il Centrosinistra ha fatto passare in commissione Bilancio del Senato, ottenendo anche il consenso dell'opposizione, questa sorta di "dieta ministeriale". Comunque, se il Parlamento approverà, sarà un'innovazione opportuna. Nel senso che mostra almeno la volontà del Palazzo di provare a deflazionare quella che, con efficace intuizione giornalistica, è stata chiamata "la Casta". Forse poca cosa rispetto alle necessità. Basta pensare, per tutte, alla questione "Province". Ma anche alla vasta rete di economia pubblica locale (le molte Iri di paese) sulla quale, pur evitandone una demonizzazione a priori, andrebbe data un'occhiata maggiormente severa. Anche per una questione di legittimità delle istituzioni.
Nel senso che è diffusa nell'opinione pubblica - in ogni modo sia orientata in sede di voto - l'idea che esista una «economia della politica» (indotto compreso: consulenze e altro) il cui costo, per risorse ed occupati, sia sovradimensionato rispetto a quanto necessiti al buon funzionamento della nostro Stato. E tutto questo è una bomba a tempo che minaccia la nostra democrazia.
In ragione di ciò il segnale offerto dalla maggioranza di centrosinistra con l'annuncio di voler limare quantitativamente la composizione dei Governi della Repubblica va accolta positivamente. Naturalmente senza sovrastimarne le potenzialità. Ed evitando anche di vedervi un solido passo avanti nella gestione del denaro pubblico. Che, difatti, ha ben altri problemi. Anzi, il presentare l'ipotesi di «dieta ministeriale» sotto questa luce equivarrebbe a proporre la falsa consolazione che per aggiustare il bilancio pubblico basti toccare i costi del Palazzo. Magari; purtroppo è un problema di distribuzione del reddito che tocca tutti. Ciononostante, la Bassanini, se posta come strumento di razionalizzazione della macchina pubblica, merita apprezzamento e consenso.
Con due corollari. Il primo è che il ritorno della «legge Bassanini» medesima potrà meglio reggere alla prova dei fatti se le coalizioni partitiche, in senso bipartisan, riusciranno a semplificarsi per divenire più coese. Diversamente, il numero dei dicasteri, con annessi vice-ministri e sottosegretari, sarà inevitabilmente destinato a riprendere a crescere. Quasi per legge di necessità politica; ed anche di democrazia. D'altronde, la cosa è intuitiva. Perché esiste una correlazione funzionale tra posti governativi da assegnare e numero di partiti (nonché correnti interne) da accontentare. Insomma, è ovvio che un partito minore in termini di consenso, se è strategico per la sopravvivenza di una coalizione al potere, riesca ad ottenere posizioni di rilievo nell'esecutivo in questione. E questo, a puri fini di sopravvivenza del'esecutivo medesimo, produce un effetto algebrico di inflazione delle «poltrone che contano» offerte. Pertanto, se l'emendamento in Finanziaria sul numero dei ministri e vice vorrà avere un futuro, il passo ulteriore d'obbligo è quello della omogeneizzazione politico-ideologica di centrosinistra e centrodestra. Magari pure con l'aiuto dell'ingegneria elettorale.
Il secondo corollario, sebbene in questo caso si sia fatta di necessità virtù, riguarda quel brutto pasticcio (una sorta di contenitore omnibus) che è ormai la legge Finanziaria. Difatti, che la Bassanini rientri come emendamento alla Finanziaria stessa la dice lunga su quest'ultima. Da strumento contabile delle variazioni al bilancio pubblico si è trasformata nell'unico «treno legislativo» certo della Repubblica. Così vi sale tutto e di più; a danno sia della chiarezza che del buongoverno del denaro pubblico. Un intervento in materia sarebbe ben più importante del taglio dei ministeri. Però colpirebbe meno l'opinione pubblica. Tuttavia, è sciocco rifiutare un'opportunità positiva solo perché giunge con modalità (la Finanziaria, appunto) discutibili. Sarebbe pessima Realpolitik. Purché della «dieta ministeriale» si conoscano, con i pregi, i limiti. Francesco Morosini
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