LA CLASSE INAMOVIBILE

Poltiglia, spappolamento, disfacimento, declino. Sembriamo vivere noi italiani in uno stato acuto di depressione. Forse però i nostri guai sono anche un po' i guai di altri Paesi occidentali. Noi e loro stiamo vivendo in momento nel quale sta cambiando in profondità il mondo che sino a qui abbiamo conosciuto. È frase fatta. Ma grazie alla Cina, all'India, all'Indonesia, al Brasile stiamo veramente entrando in un nuovo secolo. Eravamo, anche il nostro Paese, parte di un centro. Ora si avverte che forse potremmo non esserlo più. Buon per quei popoli. Non è chiaro se lo sarà anche per noi. Ma, anche se è vero che i problemi del nostro sistema-paese sono in parte simili a quelli di altri Paesi occidentali, il caso italiano ha una sua peculiarità.


Negli altri Paesi c'è la speranza, se non proprio la fiducia, che chi aspira a prendere in mano il timone del Paese abbia effettivamente in mano la barra del timone e non un pezzo di legno impossibilitato a governare la barca. E poi, se il timoniere, pur avendo in mano un vero timone, non riesce a governare la barca, c'è la speranza di poterlo sostituire con un altro. Da noi invece entrambe le speranze sembrano sogni destinati a realizzarsi solo in parte. Palesemente le nostre istituzioni politiche centrali funzionano male (frammentazione partitica, incapacità a decidere, inefficienze vistose nella macchina amministrativa, ecc). Altrettanto palese è un tratto culturale presente in larga parte della nostra classe politica, l'idea che essa possa e debba in nome della sua missione sopravvivere anche al giudizio negativo che esce dalle urne. Il significato del prossimo referendum sulla legge elettorale va valutato secondo me in relazione a questi due sogni che si sono realizzati sino a oggi solo in parte (istituzioni che funzionano male e, nonostante l'alternanza, una classe politica con una forte convinzione nella propria personale indispensabilità).


Intendiamoci. Il referendum non è una di quelle medicine che la ricerca genetica ci promette un giorno sì e uno. I suoi esiti, qualunque essi saranno, non vanno sovrainterpretati come ha giustamente ricordato su queste pagine il prof. Bartole. Non avranno nemmeno un impatto diretto sul funzionamento delle istituzioni centrali. Se poi i Sì vinceranno, sarebbe meglio fare una nuova e migliore legge elettorale. Anche se forse va fugato il timore che la legge risultante dal refereundum possa provocare un problema di legittimità democratica. Come si sa, uno dei quesiti, se approvato, assegna il premio di maggioranza non alla coalizione vincente, ma al partito che prende più voti. Così potrebbe capitare che a un partito con il 30% dei voti venga assegnato il 54% dei seggi. Pare a molti un premio troppo grande, quasi una sfida ai principi democratici.


Ma si tratta di uno scarto tra voti e seggi grosso modo simile a quello che si verifica talvolta in Gran Bretagna (per esempio nelle elezioni del 2005, del 2001, del 1997 e del 1983), grazie a un sistema elettorale assolutamente diverso da quello che risulterebbe dal referendum. Ma allora perché il referendum è importante, se gli effetti diretti dei suoi esiti sarebbero circoscritti? Perché, se i Sì vinceranno, potrebbe venire interrotta la spinta verso il ritorno a un sistema proporzionale e a una cultura politica di tipo proporzionalista. In questi mesi abbiamo sentito molti leader, anche dei grandi partiti, che difendevano le ragioni di questa o quella legge con un impianto proporzionale, anche se corretto. Evitare coalizioni coatte, dare spazio alle identità programmatiche, evitare con opportuni espedienti l'eccessiva frammentazione, ecc. Tutte finalità più che condivisibili. Ma tutte queste finalità sono perseguibili anche con una legge elettorale di tipo maggioritario, meglio se rafforzata da una interpretazione maggioritaria dei regolamenti parlamentari.


Perché allora si è sentito il bisogno di questa conversione a U, dal maggioritario al proporzionale? È una domanda questa che sinora non mi sembra abbia avuto una buona risposta. In mancanza di meglio mi sono convinto che la ragione di questa riscoperta del proporzionale sta nel fatto che questo è il sistema in cui nessuno vince veramente o perde veramente. Dunque è un sistema in cui nessuno rischia veramente la propria sopravvivenza. Il migliore forse per una classe politica timorosa per il proprio futuro personale al punto di non assumersi i rischi di una riforma vera e profonda delle istituzioni del Paese. Ecco, pur con i suoi immensi limiti, il referendum si mette di traverso a questa umana propensione dei nostri politici a parlare in grande in banchina e poi evitare come la peste il mare aperto.

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