LA LAICITÀ TRADITA

Alla fine il Papa ha deciso che non andrà alla Sapienza giovedì prossimo. Era stato invitato dal Rettore inizialmente per una lectio magistralis. Poi dopo la protesta di 67 professori della Sapienza l'invito è stato de-rubricato a una più modesta presenza alla celebrazione dell'anno accademico. Il che non aveva sopito le proteste, a tal punto che ieri un gruppo di studenti aveva occupato anche il rettorato per chiedere che il Papa non venisse in Università. Sono stati accontentati, i 67 docenti e poi gli studenti che hanno occupato il rettorato.


Il Papa non andrà alla Sapienza. Non offenderà con la sua presenza la ricerca scientifica libera da dogmi. Immagino che queste saranno le somme che alcuni tireranno. Un punto a favore della laicità, e palla al centro. Se questa fosse veramente una partita che va raccontata così, allora poveri noi. Laicità per quel che si è sempre capito di questa idea suggerisce l'immagine di uno spazio pubblico nel quale si possono avanzare e discutere liberamente opinioni diverse.


Preoccupa che qualcuno abbia pensato che per affermare questo principio si possa occupare il rettorato, compiendo dunque un azione che trasforma simbolicamente l'università da spazio pubblico, cioè accessibile al pubblico, a spazio accessibile a chi vogliono loro. Ma qualche benpensante osserverà che, certo gli studenti possono avere esagerato, ma l'iniziativa dei 67 scienziati è ben motivata. Non ha scritto forse il Papa che una ricerca scientifica senza la guida della fede non è niente? E questo non significa forse che negare quello che si fa in una università? E poi quel riferimento di diciassette anni fa alla ragionevolezza del processo a Galileo non indica quali sono le intenzioni vere dell'istituzione ecclesiastica nei confronti della libertà di coscienza e di scienza? Senza dire poi che nel 2005 la Chiesa ha sostenuto e vinto una vigorosa battaglia contro la libertà di ricerca nel campo della fecondazione assistita? Se tutto ciò ha qualche significato, allora laica sarebbe la motivazione dei 67 docenti, una difesa della ricerca scientifica che ha bisogno di uno stato laico che ne garantisca la libertà, come l'uomo ha bisogno dell'aria.


Due osservazioni. La prima. Comunque la pensiamo sull'origine della laicità dello Stato, essa oggi si manifesta nel fatto che per far vincere la propria idea chiunque deve ricorrere a risorse e giustificazioni esclusivamente politiche. Da questo punto di vista la migliore prova che la laicità dello stato italiano non corre alcun rischio sta paradossalmente nel modo in cui la gerarchia ha vinto la battaglia del referendum sulla fecondazione assistita. Infatti per far vincere le sue legittime opinioni ha dovuto ricorrere, come un qualsiasi accorto politico o lobbista avrebbe fatto, alla leva della propensione astensionistica degli elettori italiani, non certamente solo alle loro convinzioni etiche. E ciò l'ha premiata. Seconda osservazione.


Nella sua ultima enciclica e in altri scritti il Papa sembra avere un'idea positivista della scienza. Un'idea cioè che attribuisce alla ricerca scientifica la pretesa di rispondere alle domande di senso dell'uomo di oggi, liberandolo dall'inutile fardello delle risposte superstiziose offerte dalla religione. Come se la ricerca scientifica potesse avere veramente tale potenza. Devo dire che nella lettera dei 67 e più ancora negli interventi di alcuni autorevoli scienziati, ho trovato una visione della ricerca scientifica simile. Evidentemente lui e i suoi oppositori ritengono che la ricerca scientifica possa trasformarsi anche in misura con cui valutare i valori. Lui lo teme e gli altri lo auspicano. E se entrambi avessero torto su questo punto? Certo è che in questi giorni sembra che il nostro Paese sia ritornato alla fine del secolo XIX, quando a una visione negativa del mondo moderno da parte della Chiesa si contrapponeva un'idea di scienza più simile ad una religione scientifica che ad una avventura intellettuale.

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