La moglie: «Che la musica lo accompagni»
Maria Luisa, la sorella: «Da piccoli ci metteva tutti in fila e ci faceva cantare le arie d’opera»
| «Tutta la mia elevazione culturale la devo a lui. Mi ha trasmesso l’amore per la musica, la letteratura e le arti, è stato il mio guru culturale. Molto del suo charme stava nella comunicazione. Per questo nell’ultimo anno di malattia allorché aveva perso questa dote, abbiamo sofferto tutti enormemente». |
Così Maria Luisa de Banfield ha ricordato ieri il fratello a poche ore dalla morte. «Il mio auspicio è che la musica che ha composto e la musica tutta, quella che ha tanto amato e che era alla base della sua vita, lo accompagni in questo suo nuovo percorso», è l’unico messaggio di speranza che la moglie, Graziella Brandolini d’Adda, ieri è riuscita nel dolore a esternare. Raffaello la conosceva da una vita, ma l’aveva sposata in età matura nel dicembre 1986: cerimonia nuziale celebrata al tramonto in forma strettamente privata nella tenuta di campagna di Brando Brandolini d’Adda a Villastorta del Friuli, con la stessa sorella Maria Luisa e l’allora presidente delle Generali, Enrico Randone come testimoni dello sposo. «Doveva esserci Herbert von Karajan come testimone - aveva raccontato de Banfield - ma sta male e ha dovuto rinunciare». Brando, fratello di Graziella aveva sposato Cristiana, sorella dell’avvocato Gianna Agnelli. Gli Agnelli erano di casa a Villa Tripcovich, in strada del Friuli: vi sono stati ospiti Marella Caracciolo, moglie dell’Avvocato, la sorella Susanna quand’era ministro e lo sfortunato figlio Edoardo. Era il 1927 quando i futuri marito e moglie, Falello e Pimpa, con gli stessi costumini monopezzo a rigoni rossi, si rotolavano sulla battigia del Lido di Venezia, la spiaggia più esclusiva d’Italia. Fu però appena nel settembre 1986 che, seduto sul letto nella sontuosa villa degli Agnelli a Saint Moritz, Raffaello alzò il telefono e chiamò Graziella a Venezia: «Vuoi sposarmi?» «Eravamo stati sul punto di convolare già due volte - rivelò poi de Banfield - la prima quando avevo 22 anni, la seconda quando lei rimase vedova». Al terzo tentativo era stata proprio Cristiana Agnelli a insistere perché i due ragazzi di un tempo non si lasciassero più. «Da bambini - ha ricordato ieri ancora Maria Luisa - mio fratello ci metteva in fila e ci faceva cantare le arie delle opere. Succedeva a Villa Tripcovich e assieme a noi c’erano i figli degli Economo, dei Segre, dei Di Demetrio, dei Parisi. Raffaello era un po’ più grande di noi, ma già da bambino era estremamente colto e portato per la musica: se sbagliavamo ci sgridava e noi ci mettevamo a piangere. Eravamo allo stesso tempo terrorizzati e attratti da quel gioco. La volta successiva eravamo tutti nuovamente in fila a cantare la Turandot e il Trovatore secondo i ruoli che lui ci assegnava». Il ricordo fatto da Maria Luisa dei pranzi a Villa Tripcovich è un eccezionale spaccato della grande Trieste cosmopolita degli armatori e dei commercianti dei primi decenni del Novecento: «A capotavola sedeva la nonna Gilda, ragusea, che ci obbligava a baciare il pane quando cadeva, seduta alla sua sinistra la moglie ebrea di mio zio Mario che se cadeva la Torah doveva baciarla. Vicino a lei lo zio Livio che portava sempre in tasca amuleti e talismani, la cui moglie americana alla sua sinistra ci stregava con i racconti dei suoi nonni Puritani sbarcati in America con il Mayflower. Alla destra della nonna c’era mio padre che cercava di interpretarci i sogni della notte che da vecchia tradizione irlandese erano sempre fonte di premonizioni. Vicino a lui la mamma che intercalava nel suo chiaccherare parole antiche e dava nomi peculiari, in via di estinzione, a oggetti e persone. Noi bambini: mio fratello Raffaello, mia cugina Baby e io stavamo in fondo alla tavola». |
Riproduzione riservata © Il Piccolo
Leggi anche
Video








