LA QUESTIONE SALARIALE

Esiste, nel Belpaese, una questione salariale ? Il tema riemerge carsicamente ogni volta che viene raccolto dai media un malessere dei lavoratori dipendenti, specie se appartenenti ai settori privati, i quali - con buona pace di chi teorizza la centralità del lavoro pubblico - tirano la carretta e mandano avanti l'azienda Italia. In questi giorni è in corso una difficile consultazione sindacale sull'accordo del 23 luglio scorso in vista del referendum della prossima settimana.


Quotidianamente, magari con un'eccessiva sottolineatura delle contestazioni (invero consuete) rivolte ai sindacalisti (i quali sono dei combattenti di prima linea), viene rappresentata una situazione di disagio dei lavoratori che non si misura tanto sulla base dei fischi, delle proteste o degli interventi critici, quanto piuttosto - è questo un aspetto trascurato - alla luce della scarsa partecipazione alle assemblee che divengono così una palestra per quadri e attivisti orientati e politicizzati.


Nei giorni scorsi, ad esempio, alcuni grandi quotidiani hanno puntigliosamente descritto la partecipazione di un autorevolissimo leader sindacale all'assemblea tenutasi in un'importante fabbrica meccanica fiorentina, nella quale è forte la presenza della componente moderata della Fiom (quella che sta con la segreteria confederale, quindi), mettendo così in evidenza che le diatribe interne ai gruppi dirigenti ormai si riverberano anche alla base. Tornando al tema dell'adeguatezza delle retribuzioni, è bene tener presente che, in Italia, il costo del lavoro, in valori assoluti, si colloca al di sotto della media Eu 15. Ma se si fa riferimento al cuneo fiscale e contributivo (la differenza tra il costo del lavoro e la retribuzione netta), il Paese, in tale classifica, balza ai primi posti.


La spiegazione di tale fenomeno poggia su di un modello previdenziale-assistenziale «pesante», ereditato dal passato, ma inadeguato a far fronte alla gerarchia odierna dei bisogni e a garantire l'esercizio dei nuovi diritti sociali: un modello che non favorisce, ma scoraggia la crescita dell'occupazione. Già nel 1993 il Rapporto Delors (il suo autore non era sicuramente un liberista) scriveva che «il livello elevato degli oneri sociali si pone come ostacolo all'occupazione ed esercita un effetto dissuasivo, incoraggiando la sostituzione del capitale al lavoro e favorendo l'economia parallela, incidendo particolarmente sull'occupazione delle piccole e medie industrie e, infine, incentivando la delocalizzazione degli investimenti e delle attività». Anche in Italia, l'incidenza del cuneo ha indotto per anni, nelle aziende, scelte di investimento a risparmio di lavoro, centrate più sulla modifica dei processi organizzativi che sulla innovazione del prodotto. Potrà non far piacere, ma è stata la nuova legislazione sulla flessibilità e sull'introduzione di tipologie contrattuali meno onerose che, a partire dalla fine degli anni '90, ha sbloccato il mercato del lavoro (dei giovani innanzi tutto) e rimesso in moto il volano dell'occupazione (che è aumentata in dieci anni di 2,5 milioni di unità, di cui 1,8 milioni a tempo indeterminato, nonostante l'andamento stentato dell'economia). La politica di moderazione salariale, inaugurata col protocollo del 1993, ha contribuito a debellare l'inflazione e a difendere il potere d'acquisto delle retribuzioni. Si dice che oggi quell'impostazione non basta più. Ma non sarà mai un rivendicazionismo più spinto a risolvere il problema. La questione cruciale non risiede in una redistribuzione più radicale tra profitti e salari, ma in un diametro più ampio della torta da spartire.


La ricchezza deve essere prodotta prima di venire divisa. E la strada da seguire è quella di una maggiore capacità competitiva nell'arena della globalizzazione. La politica dei prezzi delle aziende che esportano non è determinata dai loro costi di produzione, ma dai prezzi con cui le imprese concorrenti stanno sui mercati. Ecco perché la risposta alla domanda di una maggiore disponibilità di reddito non può venire solo da migliori contratti. Bisogna alleggerire le buste paga di parte del prelievo fiscale e retributivo, nella consapevolezza, però, che tale scelta comporta necessariamente un'esigenza di ridimensionamento degli oneri di quelle prestazioni e di quei servizi che oggi sono finanziati dal fisco e dal parafisco. In conclusione due ultime note. Se c'è una problema di maggiori salari è troppo comodo cominciare dal pubblico impiego, le cui retribuzioni (è scritto nel Libro verde dell'Economia) superano del 30% quelle dei settori privati. Quando si lamenta - ecco la seconda annotazione - che la tassazione sul risparmio è maggiore di quella sul lavoro si dice una cosa vera. Ma si dimentica che il lavoratore è anche un risparmiatore.

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