LA SCOMMESSA DI VELTRONI

A sostenere che ciò che conta è giocar bene piuttosto che vincere, in Italia finora era stato solo Arrigo Sacchi. Da un paio di giorni Sacchi non è più solo. Walter Veltroni, prossimo leader del Partito democratico, sembra infatti aver sposato la filosofia dell'ex allenatore del Milan e della Nazionale quando nella recente prefazione ad un libro, ha osservato che «il Pd non potrà presentarsi alle elezioni all'interno di coalizioni disomogenee sul piano programmatico. Piuttosto, dovrà accettare il rischio di correre da solo».


Più del risultato quindi - sembra osservare Veltroni - contano la coerenza programmatica, il profilo riformatore e la coesione politica che un partito offre ai suoi potenziali elettori, scommettendo sul fatto che anche l'elettorato italiano è diventato sensibile su questo punto. In buona sostanza Veltroni afferma che alle prossime elezioni politiche - qualora non ci sia un accordo di programma nitido, forte, redatto alla luce del sole e coerente con le attese degli elettori - il Pd non avrà remore a sbarazzarsi dei suoi attuali alleati (Verdi, Rifondazione comunista, Pdci, Italia dei valori, Rosa nel pugno e Udeur di Mastella) per correre (e ragionevolmente perdere aggiungiamo noi) da solo.


A prima vista lo scenario ipotizzato da Veltroni sembra avere le caratteristiche di un volo suicida. Riflettendoci tuttavia e considerando che viene da un uomo politico esperto, naturalmente prudente e attento ai movimenti profondi della società italiana, esso rivela due linee di lettura molto interessanti. La prima è di sapore profondamente pessimistico: Veltroni sembra ritenere che ben difficilmente questo Parlamento riuscirà a varare una legge elettorale appena decente e comunque tale da offrire al Paese elementi di certa governabilità; parallelamente il candidato alla leadership del Pd sembra ritenere piuttosto improbabile che il governo Prodi concluda la legislatura; infine Veltroni lascia trasparire una profonda sfiducia nei confronti degli attuali alleati di Margherita e Ds, definiti (evidentemente sta parlando di loro o di alcuni di loro) «piccoli ed effimeri soggetti politici, …a spiccata vocazione oligarchica, quando non familistica».


Data questa analisi - e speriamo di non essere stati eccessivamente semplificanti del pensiero del Nostro - è conseguenza quasi ovvia che è necessario, perdere oggi (o nel futuro immediato) per dare inizio a una ricostruzione che investirà il domani. E qui probabilmente si innesta l'elemento di fiducia e di ottimismo: Veltroni infatti è convinto che a destra come a sinistra, nel campo dell'Unione come in quello della Cdl si sia affermata in questi anni l'esigenza di soluzioni pulite. L'elettorato - o buona parte di esso - è alla ricerca di credibilità ed è pronto a premiare chi la rappresenta. Che abbia ragione o meno - o come probabile ne abbia in buona parte - l'intenzione dichiarata appare coraggiosa e suscettibile di rimescolare le carte del sistema politico italiano, tanto più se perseguita con coerenza e con la necessaria durezza.


Il rimescolamento e la conseguente semplificazione infatti rischierebbe di essere di portata notevole: con la attuale legge elettorale infatti, ma ancor più con l'eventuale referendum, i piccoli a sinistra come a destra sarebbero costretti a fondersi o federarsi, pena la scomparsa dal Parlamento; gli stessi partiti di centrodestra dovrebbero trovare forme analoghe di coesione o di federazione (salvo la Lega Nord per tipo di radicamento, profilo e inesaurita potenzialità espansiva); gli elettori di sinistra, quelli di destra e i moderati dei due schieramenti, si troverebbero di fronte ad una «offerta» decisamente semplificata; complessivamente il sistema godrebbe di un immediato calo della frammentazione. Non risolverebbe il problema della governabilità reale del Paese, ma probabilmente porterebbe chiarezza e costringerebbe tutti a ripartire lavorando ad un minimo comune denominatore.


Andrà davvero in questo modo? Difficile dirlo ora. Il vero problema di Veltroni non sono le primarie prossime o i voti potenziali che il Pd raccoglie oggi. Il Pd è ancora un prototipo e ci vorrà tempo prima che scenda in pista e che si faccia sentire. Nel frattempo «la macchina ufficiale» la guida Prodi che giustamente (da molti punti di vista) vuole arrivare al traguardo: costi quel che costi, anche il rischio di esaurire il carburante!

Riproduzione riservata © Il Piccolo