La scoperta inattesa della botola sul tetto come antidoto alla sospensione della libertà

il focus
Viaggiare da una stanza all’altra. Vestirsi per andare in sala da pranzo. Leggere la sera. Telefonare via web ai nipotini, raccontando loro le fiabe con il turbante in testa. Durante il lockdown tutta la nostra vita si era trasformata in un rito. Un cambiamento che ha suggerito allo scrittore e giornalista di Repubblica Paolo Rumiz l’ispirazione per il libro “Il veliero sul tetto – Appunti per una clausura” (pgg. 128, € 13, Feltrinelli). Il volume è stato presentato l’altro ieri al teatro Miela, nell’ambito della rassegna Decameron Miela, dal collega Enzo D’Antona, ex caporedattore di Repubblica ed ex direttore del Piccolo, che ha dialogato con Rumiz dopo un’introduzione affidata all’attore e scrittore Stefano Dongetti.
«Il testo rappresenta un inedito assoluto -, ha affermato D’Antona -. È vero che fin dall’antichità esiste una letteratura sterminata sulla peste e sul contagio, però questa volta ci siamo trovati di fronte a una quarantena preventiva e quindi la narrazione cambia». «Già il titolo di questo libro evoca la libertà – ha proseguito D’Antona –, ma ci ricorda anche l’incertezza e lo stato di sospensione e di fragilità in cui ci siamo trovati, lo stare sulle onde senza avere un terreno sotto i piedi».
Il volume è nato per caso, al terzo giorno di quarantena: «Ho proposto una sorta di diario a Repubblica, da cui mi sono momentaneamente, forse definitivamente, non lo so, staccato – racconta Rumiz - : volevo sperimentare cosa significava restare chiuso in casa per una persona come me, un nomade incallito». Il lockdown ricordava un po’ comunque l’esperienza che Rumiz aveva già fatto in passato, vivendo per un mese in un faro sull’isola deserta di Pelagosa in Croazia. Stando chiuso in casa, lo scrittore ha ritrovato se stesso, in un periodo in cui «la limitazione orizzontale e verticale veniva compensata da escursioni in verticale: la riscoperta della cantina come luogo dell’anima. E poi, soprattutto, la scoperta di una botola che mi portava sul tetto della casa mi ha dischiuso gli orizzonti di una città e del suo hinterland». Da lì il giornalista osservava i mutamenti atmosferici, attendeva il sorgere del sole, sentiva il passaggio dei migratori e l’inquietudine dei gabbiani: «Tutte cose che mi hanno consentito di evadere».
Ma il Covid ha anche scatenato «una ridda di negazionismi e complottismi, che esercitano il fascino di una risposta semplice a un problema complesso. E io avvertivo il fatto di non poter dare una risposta univoca su ciò che mi stava accadendo». «C’è del pessimismo - ha sottolineato - nel senso che molte cose sono peggiorate: il Covid ha cristallizzato una classe politica non all’altezza della situazione». Ci sono però anche i lati positivi. Ad esempio «la presa d’atto che da soli non ce la facciamo e che l’Europa con tutti i suoi difetti è meglio. Inoltre stiamo assistendo, mi dicono, a un poderoso trasferimento degli investimenti dalle energie non rinnovabili a quelle rinnovabili». Ma nel libro incontriamo anche quegli “eroi italiani sconosciuti”, le cui storie lo scrittore ha ricevuto durante il lockdown. Come quella di Alessandro Dalla Gasperina, 67 anni, proprietario di una libreria a Feltre, «la sua farmacia dell’anima». —
Riproduzione riservata © Il Piccolo








