LA TRANSIZIONE INFINITA
Italiani sono sempre gli altri, recita, all'incirca, il titolo di un libro recente. Qualcun altro è sempre colpevole, a causa di qualche vizio italico, se le cose non vanno come si desidera. Difficile accettare l'idea che oltre ai meriti, ci si debba accollare anche i demeriti. Sarà pur vero, come ha detto Luca Cordero di Montezemolo, che alle imprese vada il merito della crescita economica; per quanto l'un per cento previsto per il 2008 non sia un granché. Ma non basta denunciare il ritardo delle riforme strutturali, per giustificarne il ritmo basso da più di un decennio. È vero che c'è la transizione, di cui aspettiamo la fine, dalla Prima alla Seconda Repubblica, e poi non si sa ancora a che altro numero. Ma c'è anche un'altra transizione, di cui è difficile vedere la fine, forse perché neppure sappiamo di esserci dentro.
Questa transizione cominciò agli inizi del 1987, quando l'allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, ci comunicò che avevamo sorpassato l'Inghilterra nella classifica dei Paesi sviluppati. Era finita la rincorsa, e ben prima del previsto. Ma, finito il tempo della rincorsa, iniziava quello della corsa. È qui che cominciammo ad oscillare. Nel 1989, al vertice della Fiat, Romiti, l'amministratore delegato, sconfisse l'ing. Ghidella, il padre della Uno. Cosa diceva Ghidella? Diceva: abbiamo avuto un buon decennio, ma ci aspettano anni difficili, bisogna investire, perché la concorrenza sarà dura. Romiti invece volle diversificare, cioè rifuggire dal rischio dell'investimento e della concorrenza nell'auto, per rifugiarsi in settori protetti. La fine la sappiamo: nel 2002 la Fiat era sull'orlo della chiusura; la proprietà ebbe un sussulto, liquidò molte attività redditizie. La storia, dopo, è di una ripresa importante per l'azienda e per il Paese. Ma il comportamento Fiat è emblematico di quello del Paese.
Era iniziato, nei primi Novanta quel movimento, impetuoso da fine secolo a oggi, che si chiama globalizzazione. Nel 1992 ci fu la grande svalutazione della lira, con conseguente impennata delle esportazioni, che sembrò la ripetizione della prima grande stagione di crescita italiana. Invece ci illudevamo. Dovemmo entrare nell'euro per difenderci dalle tempeste monetarie, e questo alzò l'asticella concorrenziale alle nostre imprese. Nel frattempo, il resto del mondo si era messo in moto, dalla Cina all'India e al Brasile. È già accaduto altre volte, ma ogni volta la conseguenza è stato uno spostamento dei rapporti di forza a favore dei Paesi ultimi arrivati. Le grandi riserve valutarie della Cina, e l'aumento di prezzo delle materie prime, sono i segnali.
La globalizzazione è stata affrontata dagli italiani in ordine sparso; l'idea era: il mondo è abbastanza grande da trovare da qualche parte qualcuno con cui fare buoni affari. La cosa ha avuto successo, e molte nostre imprese sono entrate in reti internazionali. Ma questo funziona finchè i Paesi in cui si va sono solo ansiosi di accogliere nuovi investitori, e finchè, grazie all'intuito, si è i primi ad arrivare. Ma poi i paesi crescono, come pure le loro esigenze, ed arrivano anche gli altri. E allora, per reggere, bisogna avere un Paese dietro. Ma, arrivati a questo punto, è difficile abbandonare la ricetta con cui si è avuto successo: ognuno per sé e Dio per tutti, anche se inizia a mostrare la corda.
Ci vuole un Paese dietro che sostenga una concorrenza continua, senza soste. Un Paese autorevole. Non bastano i rappresentanti regionali in giro per il mondo. Se il Paese non c'è, tutt'al più strappano una briciola a qualcun altro. Un Paese in grado di offrire tecnologia, finanza, competenza e rapidità di decisione. Per continuare a competere sull'arena mondiale, ci vuole un Paese. Questa è la transizione di cui non si vede ancora la fine.
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