L’aiuto per pagare l’affitto vale 1,4 milioni In ballo 529 richieste con 62% di stranieri

Non sono numeri da zero-virgola. Il polverone sollevato sull’invito ai richiedenti contributo “tagliaffitto” di produrre documentazione, tradotta in italiano su autenticazione dell’autorità consolare, circa l’indisponibilità – meglio ancora: la non titolarità – di ulteriori alloggi nel Paese di origine da parte del Comune suscita nuove domande. Di che fenomeno stiamo parlando? Quanti sono i moduli depositati per ottenere il gruzzolo di fondi pubblici? E poi di gruzzolo, effettivamente, si tratta? Insomma, fuori le cifre.
Il report consegna dati interessanti, ricostruisce un fabbisogno importante (oltre un milione di euro) per chi si arrabatta con il problema casa e, sempre stando alle cifre, registra la notevole difficoltà, per gli immigrati dalle periferie del mondo, qui “importati” al fine di accrescere la produttività Fincantieri, e quindi sostanzialmente lavoratori, di accedere e soprattutto mantenere un alloggio a Monfalcone: il 54,63% di chi ha chiesto il contributo è infatti extracomunitario.
Per la corrente annualità sono state complessivamente avanzate al Comune di Monfalcone 529 domande di accesso ai contributi “tagliaffitti”, una forma di sostegno alle famiglie in massima parte garantita da fondi regionali. Di queste, come reso noto ieri dal Comune, 289 risultano presentate da residenti di origine straniera (54,63%), 38 da cittadini comunitari (7,18%) e 202 da italiani (38,18%). Extracomunitari e cittadini provenienti da paesi europei rappresentano da soli, stando ai dati divulgati, il 61,81% dei richiedenti contributo.
Quanto al fabbisogno palesato ammonta precisamente a 1.410.149 euro, per la maggior fetta, come anticipato, erogato dalla Regione. Mediamente si tratta di 2.665 euro a richiesta, cioè 222 euro mensili. L’amministrazione comunale copre poco più del 10% della somma totale, con uno stanziamento attinto dalle casse municipali di circa 170 mila euro. Ma le domande trovano tutte soddisfacimento? Secondo l’amministrazione sì, «normalmente le richieste vengono tutte esaudite». È cioè plausibile che ognuna delle 529 richieste di contributo per l’abbattimento dei canoni di locazione sia accolta, naturalmente se in linea con i requisiti dettati dal bando, che si è chiuso lo scorso 15 aprile (scadenza per l’approvazione della graduatoria: 31 maggio).
Di prassi, viene spiegato, l’ente va poi a effettuare controlli sulle dichiarazioni rese dai vincitori. Lo stesso avviene, banalmente, anche per i concorsi pubblici che assegnano un impiego nell’amministrazione: gli uffici verificano se un tal candidato che ha dichiarato un certo titolo di studio l’abbia effettivamente conseguito. In questo caso, a iter espletato, l’amministrazione con raccomandata ha richiesto un supplemento di informazione. Relativo, in particolare, alla titolarità di beni immobili («il bando prevedeva che il richiedente non risultasse proprietario di alloggi, che possono essere ubicati pure all’estero», viene chiarito nella raccomandata) da parte di chi ha avanzato la domanda e dei suoi familiari.
E nel caso in cui il documento non sia prodotto cosa succede? «In via generale se non si risponde a una richiesta di chiarimento o controllo da parte di un ente pubblico è poi dura accampare il diritto di esigere ugualmente la contribuzione invocata», viene risposto dalla Segreteria generale del Comune. Insomma, si rischia di essere esclusi. Tuttavia il paletto stringente dei «30 giorni» espressi per missiva come termine massimo entro il quale produrre il documento sui beni immobili posseduti potrebbe presto decadere: il Comune apre infatti alla disponibilità di stabilire un lasso temporale più ampio, di 45-60 giorni se necessario. Ciò evidentemente in considerazione delle difficoltà a reperire i certificati nei paesi d’origine e, anche, del periodo vacanziero. –
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