L’alleanza sovranista a tre: «Europa sì, ma niente diktat»

BELGRADO Non solo Višegrad, il gruppo di Paesi della Mitteleuropa spesso in rotta di collisione con la Ue. Una nuova alleanza “sovranista” e nazionalista, molto critica verso l’Europa di oggi, se non del tutto euroscettica, pare sul punto di nascere – o forse ha già visto la luce - fra Budapest, Belgrado e Lubiana. Lo suggeriscono toni e termini usati dal premier populista ungherese Viktor Orbán, dal suo omologo sloveno di destra Janez Janša e, in maniera minore, dal presidente serbo Aleksandar Vučić, ex ultranazionalista convertitosi nell’ultimo decennio al conservatorismo: da sempre affini, sempre più vicini anche nel desiderio di cambiare l’Ue. Lo ha confermato Europe Uncensored, summit organizzato nel 44.o anniversario della fondazione del Partito popolare europeo, di cui i partiti Fidesz di Orbán, Sds di Janša e Sns di Vučić fanno parte, anche se parliamo di «ribelli illiberali» all’interno dei Popolari Ue, ha puntato l’indice il portale Politico.
Nel vertice, tenutosi online causa coronavirus, Orbán, Janša e Vučić hanno delineato la loro visione d’Europa. Una visione che segnala una cesura sempre più forte tra Est e Ovest. A sottolineare la frattura è stato, quale protagonista, proprio Orbán, che ha bacchettato gli europei occidentali e i loro leader. «Non diteci più come dobbiamo vivere le nostre vite», è sbottato il leader magiaro: lettura condivisa anche da chi della Ue ancora non è membro, come la Serbia, «rimessa sulla mappa politica d’Europa» da Vučić, nelle parole di Orbán. Serbia, Slovenia, Ungheria e altri Paesi dell’Est «meritano mutuo rispetto: siamo stanchi di accuse rivolte da presunti esperti, la gente di ogni Paese sceglierà sempre il miglior futuro per sé stessa», ha rincarato Vučić che pure fra i tre ospiti d’onore è stato il più moderato, limitandosi poi a auspicare che «l’Europa diventi il miglior posto nel mondo» anche grazie a «veri leader, non formule burocratiche».
Assai meno cauto Orbán, come sempre. Non ci sarebbe solo poco rispetto, nei corridoi del potere a Bruxelles, ma anche filosofie e strategie sbagliate. Per Orbán sarebbe infatti ormai chiaro che nella Ue sarebbe prevalso un «concetto semi-marxista» del futuro europeo, un’idea «di sinistra, liberale», che non piace a Budapest, ma neppure a Lubiana e Belgrado. E che avrebbe portato l’Ue «di crisi in crisi» dal 2008 a oggi, con risposte da parte di Bruxelles sbagliate a ogni emergenza. Per Orbán e i suoi alleati occorre un altro «concetto d’Europa», basato su «cultura cristiana, politiche a favore della famiglia, comprensione che l’identità nazionale è il valore che deve essere preservato». In questo senso va letto lo stesso stop all’immigrazione, anche con la mano dura. «Non vogliamo importare i problemi di altre civiltà», ha detto Orbán, per molti versi un modello per chi governa a Lubiana, e che ha sicuramente in Janša un alleato fedele. Il «marxismo culturale» dominante è «la maggior minaccia per l’Europa», ha attaccato il premier sloveno, che ha descritto uno scenario in atto in Europa di «smantellamento di famiglia, proprietà privata, scuole private, religione». E chi si oppone viene «bollato come fascista e populista». Perciò serve «un fronte unito» e comune, «per combattere per la nostra idea di vita e in difesa della civiltà occidentale». Fronte che pare unire già Belgrado, Budapest e Lubiana. —
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