Lapide di Boscanuova per il capo dello Stato deve tornare a Veglia

VEGLIA. Nulla da fare. La Lapide di Bescanuova o Basca (Bašcanska ploča in croato) rimarrà per sempre nell'edificio che a Zagabria ospita l'Accademia croata delle Scienze e delle Arti (Hazu). Parliamo di uno dei primi reperti che riporta un'iscrizione in croato, databile nel XII secolo, scritto in glagolitico e scoperto nel 1851 a San Giorgio–Jurandvor, piccola località sull'isola quarnerina di Veglia. La stele era stata ritrovata sotto il pavimento della chiesa romanica di Santa Lucia e in essa si conferma la donazione di lotti di terreno da parte del re croato Demetrius Zvonimir a favore della chiesa benedettina all'epoca in cui era gestita dall'abate Drzhiha.

Nel Paese viene considerata il simbolo della nascita del popolo croato, tenendo conto che per la prima volta si citano in lingua croata il nome Croazia e il corrispettivo aggettivo. Una lapide di fondamentale importanza storica per i croati, che dal 1934 viene custodita, come detto, nella capitale in base all'accordo sottoscritto in quell'anno dai responsabili dell'Hazu e dall'allora vescovo di Veglia, Josip Srebrnić. In base al contratto, la famosa lapide resta in eterno di proprietà della Diocesi vegliota e per sempre affidata in custodia e cura all'Accademia croata. Dovesse quest'ultima cessare di esistere, la stele sarà subito affidata all'arcivescovo di Zagabria che in accordo con il vescovo vegliota provvederà a metterla al sicuro sempre nel palazzo dell'Hazu, in piazza Zrinski a Zagabria.

Pochi giorni fa, la presidente croata, la fiumana Kolinda Grabar Kitarović, si era recata in visita sull'isola di Veglia, rilevando che la Lapide di Bescanuova dovrebbe tornare a distanza di quasi un secolo nel villaggio di San Giorgio, luogo del ritrovamento. «Sarebbe una cosa storicamente giusta ha asserito il capo dello Stato – che darebbe lustro all'isola altoadriatica e al Quarnero. Purtroppo la lapide isolana viene ammirata ogni anno da un esiguo numero di persone. A Veglia sarebbe sicuramente valorizzata». E c’è chi spera. —

A.M.

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