LE DOPPIE LEALTÀ
Questi snodi periferici della rete agiscono spesso autonomamente. La loro diffusione in Europa è favorita insieme dal radicamento locale di leader salafiti e dal facile accesso al circuito del jihad on line. Circuito che rende possibile l'entrare a far parte di una comunità combattente globale, non solo virtuale, che diffonde i proclami di Zawahiri ma anche le tecniche per costruire ordigni esplosivi non troppo sofisticati, video celebrativi delle azioni dei mujahidin così come manuali di guida per velivoli. Comunità combattente alimentata, in taluni casi, da rapporti con individui, assai mobili, che hanno contatti con livelli più sofisticati del network militante. Il qaedismo è, infatti, popolato da gruppi e individui che cercano la legittimazione politica di formazioni più strutturate, anche attraverso la partecipazione a forme «minori» di jihad, che limitano il grado di coinvolgimento diretto del singolo nel complesso sistema a rete jihadista. Il gruppo di Perugia potrebbe essere riconducibile a questo tipo di partecipazione. Sfociata, oltre che nella predicazione radicale, assai comune nella galassia salafita, in attività di proselitismo e «formazione» per aspiranti mujahidin decisi a combattere in Iraq o Afghanistan. Saranno le indagini a confermare se il rinvenimento delle sostanze chimiche sia collegato o meno alla progettazione di attentati. E se, in tal caso, quegli attentati dovessero avvenire in Italia, sin dai tempi della guerra civile in Algeria e in Bosnia retrovia logistico dei gruppi islamisti radicali, o nello stesso Marocco.
Resta il fatto che il ministro Amato ritiene che l'operazione della polizia abbia sventato «rischi concreti». La vicenda perugina ha, prevedibilmente, riportato l'attenzione sulla «questione delle moschee» in Italia. Caricando di significato improprio le parole dello stesso ministro dell’Interno sui «luoghi che dovrebbero essere solo di attività religiosa», alcuni hanno chiesto l'immediata, e generalizzata, chiusura di tutti i luoghi di culto islamici. In discussione, però, non è la libertà di culto o il pluralismo religioso garantiti, come in tutta Europa, dallo stato democratico; ma il fatto che talune moschee possano diventare, come pare nel caso umbro, lo schermo per coprire finalità diverse da quelle garantite dalla Costituzione. L'Islam è una religione senza centro, senza gerarchia; tanto meno in un contesto in cui non è maggioritario: ogni imam autoproclamato o un piccolo gruppo può fondare un luogo di culto. Occorre, dunque, distinguere tra associazioni, come quelle radicali di matrice salafita che, nella realtà dell'emigrazione, in cui è loro preclusa la fondazione di uno stato islamico, puntano alla reislamizzazione della comunità emigrata secondo canoni ideologici jihadisti; e quanti praticano la fede senza violare la legge e sono estranei a simili progetti. In Italia, come altrove, sono presenti entrambe le realtà. Il centro di Ponte Felcino era guidato da una leadership salafita che, nel panorama locale, ha cercato di distinguersi dalla principale moschea perugina, con la quale elementi vicini all'imam arrestato, sono entrati in aspro conflitto. Tensioni simili sono emerse in questi anni a Milano, Torino, Bologna, Cremona, Brescia. Il campo dell'islam organizzato, ovvero dell'associazionismo musulmano, è infatti molto diversificato e attraversato da aspre dinamiche conflittuali.
La moschea guidata da Mustafà era frequentata quotidianamente da poche decine di persone: in prevalenza marocchini. Solo, nelle grandi occasioni rituali varcavano le sue porte le centinaia di persone che vivono nel quartiere, in cui oltre un quinto degli abitanti sono immigrati. Un indicatore che ci ricorda come evitare le concentrazioni di ghetti etnoreligiosi sia ormai non solo un'esigenza di politica urbana ma di sicurezza. È in questo contesto separato che si è manifestata la doppiezza dei seguaci locali del jihad. Far emergere un islam italiano, senza doppie lealtà e lontano da tentazioni jihadiste, è nell'interesse collettivo.
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