LE DUE SFIDE DI ILLY E TONDO

Se l’intera Casa della libertà rilancerà la candidatura di Renzo Tondo, il significato di questa scelta sarà essenzialmente uno: dopo il fallimento della via modernizzatrice con la rinuncia di Edy Snaidero, la Cdl torna sui suoi passi e si ri-attesta sulla visione del 2003. Il che equivale a dire che il centrodestra confida sul fatto di essere una maggioranza sociale in Regione che non può necessariamente non tradursi in una maggioranza politica con l’aiuto di una diversa gestione tattica rispetto al 2003 e con il favore del vento nazionale. La candidatura di Tondo diventa l’equilibrio «naturale» che la coalizione trova tra le diverse componenti di Forza Italia e un modo per ripartire da un passato che si interruppe. Può darsi che questa lettura della partita sia giustificata e che Tondo si rivelerà un candidato competitivo. Ma se le cose stessero diversamente? Perché questa chiave ha un suo senso: è la rivincita della politica come la si intendeva prima dell’arrivo di Illy. Basta restare uniti, non fare errori, continuare come una volta, e la Cdl prevarrà.


Ma è su questo punto che il candidato Tondo incontra la Lega, che ha problemi a sottoscrivere una vecchia cambiale politicista. Anche perché il modello della competizione potrebbe essere cambiato. Oggi potrebbe vincere chi è in grado di stabilire una egemonia politica e culturale sul territorio sulla base di un progetto di governo e di modernizzazione. Se la dinamica sarà quest’ultima, il centrodestra avrebbe le idee e il leader giusti per riuscirci? Riccardo Illy, invece, sembra consapevole di essere ancora il giocatore decisivo che deve costruire le condizioni e la strategia affinché il «miracolo» di Intesa si ripeta. Illy sa che la sua figura personale è apprezzata, ma deve allargare il bacino elettorale della coalizione. Per questo ha bisogno di un veicolo con il quale traghettare nella seconda legislatura. I «Cittadini per il Presidente», figli del tempo in cui la società civile voleva cambiare la politica, non sembrano lo strumento più adatto allo scopo. Oggi la società civile è «contro» la politica, non la vuole cambiare. Per risolvere il problema il governatore guarda fuori dei suoi confini ad altri due possibili vettori: uno è l’autonomismo vissuto come spazio separato dalla politica; l’altro è la Lega con la quale forse è possibile una desistenza.


I suoi ultimi atti, dalla legge sul friulano concepita in quel modo, allo Statuto regionale in cui la specialità viene legittimata sulla base dei nazionalismi e delle minoranze etniche che la compongono, alla scuola locale che si distacca da quella nazionale, fino agli accenti nordisti di questi mesi, sembrano segnali inequivocabili lanciati a quel mondo elettorale. Che ridefiniscono in senso autonomistico la sua figura. Sembra quasi che Illy di fronte alla crisi indecifrabile della politica e alle difficoltà del governo Prodi risponda ritagliandosi uno spazio differente. E per farlo sembra puntare su una sorta di «leghismo» progressista come richiamo per attrarre un nuovo mercato di consenso. Questa strategia pone però dei quesiti. Il primo investe il rapporto con il Pd. Appare evidente la divaricazione tra il centrosinistra regionale e quello nazionale. Una soluzione si troverà. È probabile che consista in un ridimensionamento della spinta radicale impressa dal governatore. Ma questa contraddizione offrirà a Illy l’opportunità di sostenere che non lui ma Roma sbaglia.


E invece di indebolirlo, potrebbe persino rafforzarne l’immagine. Con la conseguenza di favorire il persistere delle frizioni. Ma fino a che punto il Pd potrà seguirlo su questa strada in nome della ricerca dei consensi? Fino a che punto potrà non considerare che le soluzioni adottate da Intesa si radicano più sul terreno culturale proprio della tradizione conservatrice, cattolica e leghista, della Regione? Il riformismo non riesce a declinare in modo diverso il territorio e la domanda autonomista, ammesso che sia tornata centrale? Inoltre, i vertici delle categorie economiche hanno appoggiato il governatore. Ma condivideranno questo cambiamento che sembra metterne in ombra il profilo globalista e modernizzatore, che corrisponde ai loro interessi e alle sfide che le imprese affrontano? Il nodo, quindi, sarà capire se la società, l’economia e il Pd, il soggetto che avrebbe la forza nel centrosinistra per bilanciare l’iniziativa del presidente, confluiranno (e come) su questa strategia. Illy si sposta al centro per intercettare voti, si presenta alleato e concorrente di un Pd allettato dal risultato. L’importante è vincere. È vero. Ma per fare che cosa?

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