LE MANI LIBERE
La crisi perfetta l'ha definita Tremonti. È una crisi perfetta perché, sia che si voti subito sia che ci sia un governo a termine, sembra proiettarci in una fase nuova della vita politica italiana priva di coordinate. Se non quelle che ci vengono suggerite in questi giorni. La crisi, si dice, non solo segna la fine di un governo, ma pare scandire pure la fine di una opinione sino a qualche mese fa comune a larghissima parte della classe dirigente italiana, politica, economica e giornalistica. Quella opinione secondo la quale il paese doveva essere governato a partire da una competizione bipolare i cui gli attori fossero coalizioni di partiti, costituitesi come tali prima del voto.
Come sempre Berlusconi è il più chiaro. Dopo aver determinato lui, con la sua discesa in campo nel 1994, la spaccatura dell'elettorato in due blocchi contrapposti, ora dice che se vincerà molto farà del suo meglio per dialogare con l'opposizione. E se vincerà poco allargherà le braccia per costruire un governo di larghe intese, se qualcuno dei perdenti lo vorrà. Non occorre ripetere le ragioni di questo mutamento di opinione. Le abbiamo lette sui giornali di questo anno. Le abbiamo viste ben esemplificate nelle risse interne alla ex-maggioranza di governo, come pure entro all'ex-opposizione.
Basta con le coalizioni coatte. Basta con compromessi paralizzanti. C'è bisogno di maggiore flessibilità. Il modo migliore per avere tutto ciò è che ogni partito possa avere le mani libere, dopo il voto. Ma la crisi perfetta è in grado di aprire la strada a questo scenario? Lasciamo perdere per adesso se questo sia uno scenario auspicabile e migliore di quello che abbiamo conosciuto in questi anni. Chiediamoci solo quanto sia realistico attenderselo. Ci sono alcuni dati che è utile ricordare. Il primo dei quali è l'attuale legge elettorale. Il secondo è il referendum. Il terzo come sempre sono gli interessi dei vari partiti in gioco. Vediamo.
Berlusconi e Alleanza Nazionale dopo essersene date di santa ragione non più tardi di un mese fa, ora chiedono di nuovo uniti il ricorso immediato alle urne, anche con questa legge. Che questa sia la posizione di Berlusconi non meraviglia. Lo ha sempre chiesto. Ma perché Fini ha cambiato idea e accetta di nuovo la leadership di Berlusconi? Forse lo fa perché la fine del governo Prodi gli ha offerto due colossali opportunità. La prima: bloccare la legge elettorale proporzionale quasi pura che il senatore Bianco stava predisponendo. Una legge pessima per i suoi interessi, visto che lo avrebbe fatto tornare là da dove era venuto, fuori dai giochi che contano. La seconda è che il ricorso immediato alle urne non scioglie il nodo del referendum, lo sposta in là nel tempo. Ci sarà dunque modo di riaprire di nuovo il cantiere di una riforma elettorale che consenta a Fini di giocarsi le sue carte per la leadership di centrodestra.
D'altro canto la richiesta di evitare il ricorso immediato alle urne ha molte e ragionevoli motivazioni, più volte richiamate dal presidente Napolitano. Ve ne sono alcune tuttavia che riflettono bene gli interessi di alcuni protagonisti. Con la legge attuale è impossibile, a meno di commettere suicidio, correre veramente da soli. Poi c'è sempre il problema del referendum. Dunque occorre fare non una riforma elettorale qualsiasi, ma una in senso proporzionalista, con qualche limitato correttivo. Spingono in questa direzione Rifondazione, l'Udc e una parte della leadership del partito democratico. Ma se non ce l'hanno fatta sinora, è lecito dubitare che riescano a fare maturare le condizioni di un accordo in questi giorni convulsi.
Di più, è evidente che questa spinta determina una fortissima tensione entro il partito democratico. Nel quale è estesa e trasversale una visione del partito che mal si adatta a scenari da prima repubblica. Senza dire che l'uscita di scena di Prodi non significa che la cultura del maggioritario interpretata in senso ulivista si sia dissipata, indebolita forse ma non scomparsa. Anche perché essa riflette una domanda di semplificazione del quadro politico presente da sempre nel nostro paese e consolidatasi negli ultimi anni tanto negli atteggiamenti che nei comportamenti. Insomma la voglia di mani libere di gran parte dei nostri politici è forte. Ma nonostante che la fine del governo Prodi l'abbia vieppiù rafforzata, non è detto che la strada per soddisfarla sia tutta in discesa. Gli ostacoli che incontrava prima della crisi perfetta, li incontrerà anche dopo.
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