L’ECONOMIA E IL VOTO NEGLI USA
Anche noi italiani stiamo seguendo con attenzione le primarie americane. In particolare quelle democratiche perché, data l'impopolarità di Bush anche in patria, siamo portati a ritenere, forse a torto, che da lì verrà il nuovo presidente. Inoltre è in quel campo che ci sono le maggiori novità: un candidato non di razza bianca e una donna. Ed è per questo che diamo maggior peso agli aspetti personali e di stile dei due più probabili vincitori delle primarie. Barack Obama che è dotato di notevole carisma e fa una campagna tutta centrata sulla speranza e sulla necessità di cambiare metodi e contenuti della politica. Hillary Clinton che sottolinea l'importanza dell'esperienza e, salvo un momento dopo la sconfitta in Iowa, pare la perfetta espressione di una fredda razionalità. Trascuriamo quasi del tutto le diverse filosofie economiche dei due candidati e sbagliamo perché il peso degli Usa nel mondo è ancora tale da influenzare notevolmente anche la nostra vecchia e amata Europa. Ambedue i suddetti candidati considerano questioni prioritarie l'esistenza di poco meno di 50 milioni di cittadini privi di coperture in campo sanitario e le crescenti diseguaglianze. Nel 1970 l'1% più ricco riceveva il 9% del reddito nazionale, nel 2005 il 22%.
Ma per risolvere questi problemi Hillary Clinton e Barack Obama hanno filosofie economiche e proposte molto diverse. La prima, infatti, si definisce una "progressista moderna" e crede che ci sia bisogno di interventi pubblici per correggere le storture di un mercato non abbastanza regolato. Soprattutto è persuasa, avvicinandosi in questo alle teorie tradizionali, che la gente risponda razionalmente agli incentivi di natura finanziaria. Di qui la sua preferenza per l'impiego dello strumento fiscale per il raggiungimento degli obiettivi economici e politici che si vogliono raggiungere. Più specificamente la Clinton ha in programma crediti fiscali per diffondere le assicurazioni sanitarie, per favorire il risparmio, le spese scolastiche, l'impiego di energie alternative. Il tutto, per altro, in un quadro di finanza pubblica equilibrata. Anche sulla globalizzazione la Clinton pensa sia possibile attenuarne gli aspetti negativi con un fisco che non consideri costi quelli sostenuti per spostare all'estero le produzioni e che agevoli la qualificazione professionale. Qualche suo voto in Senato,peraltro,non la qualifica come sempre antiprotezionista. Barack Obama, al contrario, si ispira ad una scuola economica piuttosto recente, quella comportamentale, che antepone la psicologia e, quindi, i sentimenti alla pura razionalità.
Ne viene che Obama agli incentivi preferisce obblighi. Per fare un esempio, il problema della carenza di risparmio che oltre agli aspetti macroeconomici influisce sul futuro tenore di vita delle famiglie, non potrebbe essere risolto con incentivi fiscali, ma obbligando i datori di lavoro a versare in appositi conti o fondi parte dei compensi pagati. Il lavoratore potrebbe optare contro tali accantonamenti e percepire subito tutto, ma si pensa che sia psicologicamente più difficile. In altri aspetti,invece, Obama non propone interventi statali, ma conta sulla forza dei sindacati,per il vero molto debole nell'America di oggi,per migliorare il tenore di vita. In sostanza l'impressione è che Barack Obama, convinto che non sempre politiche sulla carta promettenti diano i risultati che ci si attendeva se applicate, conti soprattutto su un mutamento psicologico e politico indotto dalla sua capacità di leader per risolvere i molti problemi economici che globalizzazione, innovazioni tecnologiche e finanziarie, e la non brillante eredità di Bush pongono agli Stati Uniti. Il pericolo di un eccessivo empirismo, al limite dell'avventura, appare evidente. Con ogni probabilità non saranno gli specifici programmi economici che determineranno le scelte degli elettori americani. Per noi europei una politica economica degli Usa non fondata sull'improvvisazione sarebbe certamente preferibile, ma purtroppo non abbiamo diritto di voto in materia.
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