L'ETNO-DEMOCRAZIA

Per alcuni sostenitori della legge regionale sul friulano sarebbe una forzatura vedervi all'opera una ispirazione nazionalista. Per altri, più spicci oltre che afflitti da strabismo ideologico, l'unico nazionalismo che si è visto da queste parti sarebbe quello "fascista e dannunziano". Purtroppo non è così. Il progetto di legge in discussione persegue una finalità nazionalista, nel senso tecnico della parola. Si prefigge l'obiettivo di fare dei residenti delle province friulane una nazione dotata di autonomia politica. Come del resto auspica con onestà intellettuale il presidente della Provincia di Udine, sostenitore della legge ancorché critico in alcuni suoi aspetti (Il Piccolo del 1 agosto 2007).


La finalità nazionalistica della legge non è presente solo nelle aspirazioni degli esponenti storici dell'autonomismo friulano. È soprattutto l'esito di una scelta obbligata. Infatti avrebbero potuto fare una legge sul friulano sulla falsariga di quella che garantisce alla minoranza slovena il diritto alla propria lingua attraverso l'istituzione di un certo numero di scuole con lingua di insegnamento sloveno. Ma non lo hanno fatto perché nel caso del friulano siamo in una situazione diversa. Sino ad oggi, a livello di massa, l'uso quotidiano del friulano non si associa per lo più ad un sentimento soggettivo di appartenenza a un gruppo di minoranza. Ed è invece proprio questo sentimento che spinge chi parla sloveno a mandare i propri figli in scuole slovene. Con realismo la legge oggi in discussione si propone di "far nascere" una disposizione d'animo simile anche tra chi parla in friulano.


Ha cioè l'ambizione di trasformare una lingua parlata per lo più in famiglia e al bar, da persone di bassa istruzione, anziane e residenti in piccoli comuni, in una lingua della cultura e dell'economia, una lingua soprattutto che divenga fonte distintiva di identificazione collettiva per tutti i residenti nelle aree considerate territorio etnico friulano, e una risorsa economica per molti. A questo serve il mix di costrizioni e incentivi previsto dalla legge e messo in opera da istituzioni politiche.


Se questo non è nazionalismo, che cosa è allora nazionalismo? Ma c'è di più. Poiché sino a oggi i confini dell'uso del friulano non coincidono con chiarezza con i confini del sentirsi parte di una minoranza friulana, è facile prevedere che, al di là della formulazione definitiva della legge, vi saranno forti spinte a stigmatizzare la decisione di recedere dall'insegnamento del friulano, con buona pace della retorica sui diritti degli individui. A tutti infatti verrà chiesto non semplicemente l'adesione all'insegnamento in friulano, ma anche un attestato simbolico di lealtà al gruppo nascente. Mi chiedo cosa capiterà alle famiglie "miste". L'impronta nazionalista della legge in discussione assume poi una caratterizzazione ulteriore in senso etnico. Nelle discussioni di questi giorni è scomparsa l'idea di cittadinanza repubblicana. Come del resto era scomparsa anche nel dibattito attorno allo statuto regionale. Quasi che in una regione plurale i diritti di noi tutti non discendano dal fatto di essere cittadini della repubblica italiana, ma dal fatto di far parte di un gruppo etno-linguistico.


Di questa idea erano coloro, non pochi, che hanno continuato a chiedere che allo statuto fosse premesso un preambolo dove venissero indicati i gruppi etnici titolari delle istituzioni regionali. Della stessa idea sono quelli che per rispondere all'evidente pluralismo linguistico e nazionale del Friuli Venezia Giulia immaginano una regione come federazione di gruppi etnici, nelle maglie della quale viene soffocata sino a scomparire la cittadinanza repubblicana, l'unico presidio effettivo dei diritti individuali alla diversità. Ma questa è una delle soluzioni possibili al pluralismo, non l'unica. Certamente quella più in sintonia con il concetto di etno-democrazia che con quello di democrazia liberale. A me pare che nel 2007 ci meritiamo di più di una etno-democrazia. Rimane una domanda. Perché buona parte della classe politica regionale preferisce soluzioni che rinsaldano le identità esclusive a danno di quelle inclusive? Perché tende a prediligere soluzioni istituzionali che mettono in primo piano i gruppi rispetto agli individui? Vi è qui una inclinazione culturale la cui impronta è visibile anche nella recente legge elettorale, nell'articolo sul cosiddetto seggio garantito alla minoranza slovena. Si poteva "assicurare" un seggio al candidato che si dichiara sloveno in qualsiasi lista egli si fosse presentato. Si è preferito nei fatti affidare al partito etnico sloveno il compito di stabilire tra quelli che intendono candidarsi chi è veramente sloveno e chi non lo è.


Che manifestino simili disposizioni culturali politici di destra è comprensibile, come è comprensibile che le manifestino politici che non esitano a definirsi comunisti. In fondo, in un caso e nell'altro, possiamo ipotizzare che, da questo punto di vista, il Friuli Venezia Giulia sia una propaggine dell'Europa dell'Est e delle culture che vi hanno prevalso, anche dopo la scomparsa del comunismo. Ma che lo facciano anche altri che non vengono da quelle tradizioni è un mistero, pur considerando anche gli evidenti calcoli elettorali in vista del 2008. Questi sono per definizione molto incerti. Meno incerto è invece il rischio di perdere l'anima. Quanto costa in voti perdere l'anima?

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