L’INCERTEZZA AMERICANA

La corsa parte oggi nel fango e nella neve dello Iowa. Ma nessuno, per ora, è in grado di prevedere il nome del vincitore. Erano ottanta anni che l'America non vedeva una campagna elettorale così aperta e, soprattutto, senza il presidente uscente o il suo vice in corsa per le primarie. L'incertezza domina tra i democratici e tra i repubblicani, ma il verdetto dello Iowa sarà decisivo per alcuni candidati. Mai, infatti, nella storia degli Usa chi si è piazzato al di sotto del terzo posto è poi riuscito a lottare per la Casa Bianca.


Eppure sino a pochi mesi fa il quadro appariva in sostanza definito: Hillary Clinton e Rudy Giuliani si sarebbero scontrati testa a testa e a far pendere la bilancia da una parte o dall'altra sarebbe stato l'Iraq. Poi le cose sono cambiate con frenetica velocità e persino i sondaggisti con maggiore esperienza non azzardano pronostici: i partiti non possiedono leader capaci di prevalere senza sforzo (Obama, tra l'altro, è in vantaggio su Hillary) e pare impossibile capire su quali temi si concentrerà l'attenzione dei votanti: politica estera, minaccia terroristica, immigrazione o riforma sanitaria? Senza contare che il recente scandalo dei mutui immobiliari getta sabbia nell'ingranaggio di una economia già in fase recessiva. Ad alimentare ulteriormente l'incertezza sono gli stessi candidati, che hanno investito milioni di dollari in una campagna di comunicazione senza riuscire a ritagliarsi un profilo definito agli occhi dell'opinione pubblica.


A un paese che ha mostrato in tutti i modi di volere un cambiamento e un nuovo approccio alla politica Hillary, ad esempio, offre una immagine troppo oscillante: prima ha preso le distanze dal marito, quindi lo ha chiamato al suo fianco non appena la sua popolarità è scesa. E gli sforzi fisici fatti nello Iowa, in un tour massacrante, sono diventati evidenti non appena le pagine dei quotidiani si sono riempite delle foto che ne mostravano il volto solcato in profondità dalle rughe. Barack Obama e John Edwards, ciascuno dal suo angolo, hanno cercato di farsi spazio nelle fessure che la crisi di Hillary ha aperto. Per l'America che vuole novità il senatore nero è il personaggio ideale: giovane e, soprattutto, diverso. Non è però ancora chiaro se gli Usa sono pronti per un presidente di colore. Senza contare che per Obama il tranello dell'inesperienza è sempre in agguato.


John Edwards gioca invece la partita da sinistra. Ma la sua battaglia contro i privilegi delle grandi imprese e a favore dei sindacati minaccia di alienargli le simpatie dei moderati e degli indipendenti. Tra i repubblicani l'incertezza non è minore. Con la guerra in Iraq messa in ombra dalla angoscia di una recessione alle porte, sia Giuliani che McCain hanno perso nelle ultime settimane gran parte delle loro armi migliori, mentre Bloomberg, sindaco miliardario di New York, attende.


E così a destra si è aperto spazio per un protagonista sconosciuto sul piano internazionale come Mike Huckabee, ex pastore metodista con un bel sorriso e una capacità di contatto immediato con le platee dei suoi sostenitori. Che ha messo in moto tutte le chiese e i fondamentalisti religiosi già capaci di esercitare un peso determinante nella vittoria di Bush. Le sue critiche alla Casa Bianca, accusata di avere "una pericolosa mentalità da bunker" sono piaciute a quei repubblicani che non amano l'attuale presidente. Ma Huckabee gode di ben pochi appoggi nella Washington che conta, senza contare che di lui Peggy Noonan, editorialista del "Wall Street Journal", ha scritto: "È un manipolatore con una profonda vena di cattiveria e una scarsissima conoscenza del mondo".


Su entrambi i fronti, insomma, ogni candidato ha punti di forza e di debolezza e non si vedono leader naturali in grado di emergere. I programmi di tutti poi sono confusi e ben poco calibrati sugli interessi generali. Ma dall'esito del voto nello Iowa e poi nel New Hampshire dipenderanno in larga parte fortune e sfortune dei protagonisti della lunga corsa che si concluderà il prossimo novembre, quando gli elettori decideranno chi potrà entrare nella residenza riservata al politico più potente del pianeta: il presidente degli Stati Uniti.

Riproduzione riservata © Il Piccolo