L'INTERVISTA - Andrea Montanino: «L’Italia cresce meno: preoccupa l’effetto spread»

TRIESTE. L’euro, l’effetto spread, la competitività delle imprese a Nordest: parla il capo economista di Confindustria Andrea Montanino. «L’Italia -esordisce Montanino- in questi ultimi anni è cresciuta meno delle economie dell’area Euro che hanno registrato un aumento del Pil del 2,4%, superiore a quello del nostro Paese (+1,5%). Tuttavia un progresso c’è stato. Il problema è il dualismo classico fra Nord e Sud ma anche fra imprese che esportano ed altre che restano ferme al palo».
Come accelerare la crescita?
Bisogna far crescere numericamente le imprese del Made in Italy votate all’export in tutto il mondo. Oggi ci sono buone prospettive sui mercati dell’Est Europa, Sud Est Asiatico e anche Sud America. In secondo luogo le nostre aziende devono essere più solide. Per capire il valore medio dell’export di una nostra impresa è pari a 2 milioni, quello di una impresa tedesca cinque volte tanto. C’è spazio per migliorare.
E il Nordest?
Questo processo è fondamentale soprattutto per il Nordest, area di confine già proiettata verso i mercati dell’Europa Centro Orientale.
L’effetto spread è un rischio serio?
Bisogna rassicurare i mercati sul fatto che i nostri fondamentali economici sono sani. É chiaro che politiche destinate ad aumentare il debito pubblico da parte del governo non sono accettabili. L’aumento dello spread non è una questione statistica o che si affaccia su un grafico. Le prime a essere svantaggiate da un aumento del differenziale fra i Btp e i bund tedeschi sono le imprese italiane che devono potersi finanziare sul mercato senza essere obbligate a chiedere prestiti alle banche. Le imprese hanno bisogno di liquidità per investire e crescere. É l’inefficienza del settore pubblico che aumenta il differenziale competitivo ad esempio verso la Germania. Lo spread pesa anche sulle famiglie. Ad esempio quelle che si sono indebitate per comprare casa.
C’è chi vorrebbe uscire dall’euro per tornare alle svalutazioni competitive dei tempi d’oro. Che ne pensa?
Sarebbe una decisione assurda. Immaginare un’Italia fuori dall’Eurozona comporterebbe l’isolamento completo sul piano dei commerci e geopolitico. L’Italia non avrebbe più un ruolo nel mondo. Sul piano economico l’Italia sarebbe marginalizzata. Non ci sarebbero più strumenti per gestire le crisi finanziarie e saremmo esclusi dagli interventi della Banca centrale europea che acquistando i nostri titoli pubblici ha evitato il collasso dei conti. Non potremmo più contare sui fondi di coesione. Uscire dall’Europa per le generazioni che nell’Europa sono nate cresciute sarebbe incomprensibile.
Cosa accadrebbe a una piccola e media impresa esportatrice con il ritorno alla lira?
Dovrebbe pagare molto di più le materie prime, come il petrolio. Aumenterebbero i rischi sul tasso di cambio: se vendo una merce che deve arrivare in Argentina sono tranquillo solo se il cambio è stabile. Con l’aumento dell’inflazione si svaluterebbero i crediti ma sarebbe un gioco comunque in perdita.
Cosa chiede Confindustria al nuovo governo?
In primo luogo di non smontare le riforme fatte dai governi Monti, Letta e Gentiloni per mettere i conti pubblici in sicurezza. Sarebbe molto rischioso tornare indietro. L’aumento del deficit farebbe salire il costo della spesa per interessi. Inoltre sono validi gli incentivi per l’industria 4.0: le aziende si sono modernizzate.
Il Jobs Act sta funzionando?
Questa riforma ha prodotto effetti positivi sul mercato del lavoro permettendo assunzioni più rapide e soprattutto meno costose. In parte sta funzionando: trovo che sia più negativa l’assenza di regole.
Preoccupano i dazi e il ritorno del protezionismo?
In un Paese come l’Italia, che ha esportato lo scorso anno 540 miliardi di beni, pari al 30% del nostro Pil, il ritorno delle barriere commerciali non è certo positivo. Il nostro Paese ha un importante surplus commerciale con gli Stati Uniti. I dazi unilaterali sono dannosi e non servono a fronteggiare la concorrenza cinese. Per il settore siderurgico un’invasione dell’acciaio cinese in Europa a prezzi da saldo sarebbe tuttavia una prospettiva preoccupante.
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