L’INTESA DA TROVARE
Nel gioco dell'Oca può succedere che un giocatore debba ricominciare dalla casella di partenza. Sarebbe meglio evitare che Trieste debba rifare da capo la discussione, durata tanti anni, sull'utilizzo portuale, o sul riutilizzo urbanistico, del Porto Vecchio. È vero che la calata in città dei colossi esteri, interessati al Porto Vecchio, si dice, esclusivamente sotto il profilo urbanistico, sembra aver cambiato i termini della questione. Allora, investitori, con grandi mezzi, non si vedevano all'orizzonte, ora parrebbero sovrabbondanti. Credo, però, sia meglio mantenere una certa cautela sulle prospettive. Non si tratta, ancora, di richieste esplicite di concessioni, ma solo di manifestazione di interesse. Gli investitori vogliono capire cosa si potrà fare. E quello che si potrà fare deve superare innanzitutto l'ostacolo dello status giuridico del porto di Trieste.
Quest'ostacolo, com'è noto, non è facile da affrontare. Il Trattato di pace del 1947 ha posto dei vincoli sul porto di Trieste, legati all'esistenza dei Punti franchi in porto. L'introduzione di questi vincoli, che riprendevano la legislazione precedente, trovava ragioni anche nel particolare stato politico della città, il Territorio Libero, mai attuato in seguito, e in tutti i problemi di politica internazionale connessi all'appartenenza statuale della città. Ci sono dichiarazioni ministeriali confortanti sulla messa in moto di un processo di risoluzione di questo primo aspetto. Ma, se anche il problema dello stato giuridico internazionale del porto fosse risolto, resterebbe quello dello stato giuridico nazionale. La legge sui porti del 1994, nonché il decreto legislativo del 2004, che attribuisce competenze sui trasporti alle Regioni, mantengono in modo esplicito una riserva, a favore dello Stato, per la gestione dei porti di interesse nazionale ed internazionale.
Nel decreto del 2004, si menziona, è vero, la possibilità di conferire alle autorità regionali la gestione di alcune aree da definirsi; definizione che, però, finora non c'è stata. Ma, dato il prevalere, nella legislazione, dell'interesse del sistema nazionale di porti, non può che trattarsi di aree che, a giudizio delle autorità portuali, non presentino più alcuna utilità per l'attività portuale stessa. Il vice-ministro con delega ai porti, Cesare De Piccoli, ha affermato con forza, proprio l'altro giorno a Trieste, che la vecchia stagione dei veti, e ricorsi incrociati, non deve più ricominciare. Le due istituzioni direttamente investite dalla legislazione portuale di varie competenze sui porti, Regione e Autorità portuale, dovranno, secondo l'invito del ministro, mettersi d'accordo. Se l'accordo sulla definizione delle aree di rispettiva competenza, come enunciato dal decreto legislativo del 2004, non fosse raggiunto allora, ha detto De Piccoli, sarebbe vincolante la legislazione vigente, che attribuisce competenza esclusiva all'Autorità portuale. L'invito del ministro, peraltro, non cade nel vuoto.
C'è già l'importante precedente delle Varianti del Piano regolatore del porto, presentate congiuntamente all'approvazione della Regione dal Comune e dall'Autorità portuale. Il precedente sta nel fatto che il contenuto delle due Varianti è identico, in quanto frutto di un'intesa tra il sindaco di Trieste, Roberto Di Piazza, e il presidente dell'Autorità portuale, Claudio Boniciolli, per cui si può parlare di una sola Variante, che ha ricevuto l'approvazione della Regione, mediante la delibera della giunta regionale, poi firmata dal presidente della Regione, Riccardo Illy.
Se, come pare, alcuni contenuti della Variante non erano stati ben definiti, la strada è aperta per una loro precisazione. Sarebbe, inoltre, opportuno che, così come aveva contribuito all'elaborazione della Variante, l'altra autorità elettiva della città, il Comune, entrasse nella discussione delle alternative, e delle soluzioni, per la definizione, menzionata dal decreto legislativo, delle aree di Portovecchio da dismettere. L'accordo sulla Variante, raggiunto tra i tre enti, Regione, Comune e Porto, aveva una stella polare. Che non valga la pena contendersi l'intero porto, quando si possono ritagliare, con reciproca convenienza, le aree di rispettiva competenza. Perché abbandonare quella stella? Ricominciamo di lì.
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