L’ITALIA NON È ALLO SBANDO
Quale è il volto vero dell'Italia? Quello di un Paese in declino, percorso da processi striscianti d'impoverimento, da un disagio sociale che corrode ogni spirito d'iniziativa, fino a rifugiarsi nel facile alibi di una protesta pronta a sconfinare nell'antipolitica? Alla fine è questa la rappresentazione che diamo di noi stessi quando l'opposizione di turno tenta di usare la situazione complessa di tante famiglie italiane per scagliarsi contro la maggioranza pro tempore. Una linea di condotta - questa - perseguita senza scrupoli dal centrosinistra nella trascorsa legislatura e continuata, con i medesimi argomenti, dal centrodestra oggi.
Eppure, basterebbe guardarsi attorno e girare in questi giorni per le città deserte, per comprendere che tante valutazioni non colgono a pieno la realtà, che tanti discorsi sulla difficoltà crescente a sbarcare il lunario nascondono verità approssimative che tendono a nascondere livelli di consumo, ormai ritenuti essenziali e irrinunciabili, ancorché del tutto sconosciuti soltanto alcuni decenni or sono. Ha ragione il presidente Napolitano a non prestarsi alla mistica del declino, a invitare gli italiani a reagire nei confronti dell'inconcludente piagnisteo che assilla da troppo tempo il nostro vivere quotidiano. L'Italia non è allo sbando. Tanti sono tuttora i suoi punti di forza: il sistema produttivo è stato in grado di affrontare (con ben pochi aiuti) un importante processo di riorganizzazione e di riconversione nonostante i difficili primi anni 2000; le esportazioni tirano; l'occupazione continua a crescere ininterrottamente da più di otto anni, tanto che in gran parte del Paese la domanda di lavoro non viene più soddisfatta dall'offerta.
Quando mai ci saremmo sognati un tasso di disoccupazione inferiore al 6% come dato medio di una nazione caratterizzata dalla questione meridionale e da un contesto di piano impiego al Nord dove la domanda di lavoro ormai non è più soddisfatta dall'offerta? In nessun altro modo si spiegano le oltre 600mila domande degli immigrati (al netto della componente romena che ormai è parte integrante della Ue) che hanno in pratica triplicato le disponibilità riconosciute. Eppure le contraddizioni non mancano. Le prime preoccupazioni vengono dal quadro politico: una sorta di tapis roulant impazzito, ormai privo di una direzione di marcia e di una meta. È rimasto soltanto il Capo dello Stato a raccomandare che le speranze di dialogo tra i due poli non vadano nuovamente deluse, mentre la dialettica politica continua ad avvitarsi su se stessa, inutilmente.
È proprio la mancanza di una prospettiva politica sicura che rende precaria la condizione di un Paese come l'Italia alle prese con handicap strutturali di grande (e grave) entità. Proprio in questi giorni è tornato in evidenza - con il petrolio a 100 dollari al barile - lo snodo cruciale della questione energetica. Il sistema politico non è in grado di compiere quelle scelte di carattere strutturale che sono necessarie. Siamo un Paese paralizzato non solo dai contrasti politici, ma anche dai campanilismi, dai corporativismi di ogni tipo e colore. In Francia, al momento di passare a una nuova generazione di reattori nucleari, si formavano nei diversi territori comitati di cittadini che rivendicavano l'insediamento dell'impianto.
Da noi non si riescono neppure a smaltire i rifiuti che vengono prodotti. Il caso della Campania è uno scandalo che ci sta coprendo di vergogna anche nei confronti del più sperduto villaggio africano. Anche sul piano del risanamento dei conti pubblici l'Italia potrebbe realizzare risultati migliori. Da noi, capita purtroppo che la manovra di bilancio - al solo scopo di accumulare tesoretti da spendere - aggravi il deficit tendenziale a legislazione invariata.
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