Lo stato debole
C’è un legame tra il controllo che in diverse aree del Sud esercita il crimine organizzato e le vicende del confine orientale del nostro Paese? A prima vista nessuno. Diversi sono il contesto geografico, i protagonisti e quindi le storie. Eppure chi leggerà il recente lavoro di Marina Cattaruzza («L'Italia e il confine orientale») alla fine non potrà evitare di pensare che un legame c'è tra tutto ciò. Intendiamoci il lavoro della Cattaruzza non cede in nessun modo al vizio dei sociologi, alla cui tribù appartiene chi scrive, di andare alla ricerca di regolarità tra fenomeni diversi anche quando, in base all'opinione comune, sarebbe consigliabile una certa qual cautela.
Marina Cattaruzza ripercorre le vicende del confine orientale italiano in un arco di anni che va dalla metà del XIX secolo ai nostri giorni con l'attenzione ai particolari che contraddistingue la ricerca storica. Nessuna indulgenza quindi per modelli generici. Tuttavia l'interpretazione delle vicende secolari del rapporto tra l'Italia e il suo confine orientale proposta dalla storica di Berna muove da una tesi teorica di ispirazione sociologica, che a me pare di grande interesse. In quel rapporto, a giudizio di Marina Cattaruzza, si intravedono delle costanti, la principale delle quali è la debolezza delle istituzioni dello Stato italiano. Lo Stato moderno, diceva il costituzionalista Mortati, «non ha un territorio, ma è un territorio». La sua forza si misura nella capacità di realizzare in pieno la sovranità sul territorio che lo definisce. I confini - come ricorda Cattaruzza citando il geografo Valussi - sono un organo politico dello Stato moderno. Da questo punto di vista, «la storia del confine orientale italiano nella prima metà del ’900 mette a nudo con inconvertibile evidenza la realtà di uno Stato debole, scarsamente in grado di radicare nell'area di confine le proprie istituzioni e imporvi la propria sovranità, rendendo palese quindi quando fosse limitata la capacità di svolgere compiti e funzioni considerati essenziali per la caratterizzazione di un moderno Stato nazionale». Il lettore già da questi riferimenti capirà quale sia il legame tra le vicende del confine orientale e un fenomeno così diverso come la mafia. In due casi ciò che emerge è la storica difficoltà delle nostre istituzioni di penetrare in profondità in aree nelle quali pre-esistono lealtà collettive rivolte ad altre autorità politico-sociali. Le vicende del confine orientale italiano dunque, se viste nella prospettiva offerta da Cattaruzza, perdono l'esotismo della storia locale e divengono un esempio tra i tanti di una caratteristica strutturale del nostro Stato. In questo modo la storia del confine orientale non rimane un esercizio di memoria buono per gli anniversari. Diventa una lezione utile anche oggi. Infatti il radicamento debole delle istituzioni nel territorio si è tradotto spesso in una altrettanto debole loro capacità integrativa. L'interazione tra queste due debolezze istituzionali ha avuto conseguenze particolarmente negative proprio nei territori plurali, dove sono presenti lealtà e identità nazionali diverse tra loro. La prospettiva analitica adottata da Marina Cattaruzza è particolarmente feconda, in primo luogo perchè aggiunge ulteriori elementi di chiarezza al contributo alla crisi istituzionale dato dal fascismo. Contrariamente ad un opinione diffusa, il fascismo non ha costruito uno Stato «forte». Ne ha costruito uno solo prepotente. Ne ha infatti minato l'autorità, impedendo alle istituzioni statali di svolgere anche quel limitato compito di integrazione che si basa sul rispetto del cittadino come soggetto portatore di diritti civili.
La prospettiva della Cattaruzza poi consente di collocare in una luce più complessa la violenza scatenatasi all'indomani del collasso dello Stato italiano nel 1943. Strumento di «pulizia etnica» per la pubblicistica nazionalistica, «ritorsione» per la storiografia tradizionale. Le interpretazioni più recenti sono ovviamente meno semplicistiche. Ma scegliendo di guardare a quelle vicende dal punto di vista delle modalità con cui lo Stato italiano ha cercato di radicarsi in un territorio plurale, il libro della Cattaruzza suggerisce un elemento in più. Quella violenza si è sviluppata in un contesto con significativi aspetti di guerra civile, di una guerra cioè nella quale le parti in conflitto erano precedentemente sottoposte alla sovranità dello stesso Stato. E questo fatto potrebbe averne determinato il livello di ferocia e le ambiguità di violenza ideologica e insieme privata, come accade di frequente nelle guerre civili. Il lavoro della Cattaruzza dunque fa pensare alle vicende del confine orientale in termini non usuali. Stimola anche alcune considerazioni più generali. Infine è vero che le nostre istituzioni statali erano e sono ancora oggi incapaci di suscitare un forte sentimento di lealtà civica. Ma è anche è vero che il consolidamento della democrazia nella seconda meta del ’900 ha svolto una funzione suppletiva alla fragilità integrative delle istituzioni. I tanto bistrattati partiti hanno realizzato una funzione di integrazione nazionale anche nel territorio plurale della nostra regione. I conflitti e le diffidenze si sono notevolmente ridotte e forse si intravede anche la comparsa di identità duali, un sentirsi tanto italiano che sloveno, che fa sperare per il futuro. Semmai permane un elemento che alla lunga potrebbe avere conseguenze negative.
L'incapacità di gran parte dei gruppi dirigenti italiani e sloveni di andare oltre le politiche d’integrazione per difetto del secondo dopoguerra. La testarda ostinazione a pensare che le appartenenze etniche in un territorio plurale siano un fatto che appartiene all'ordine della natura più che a quello della cultura. Una realtà dunque immodificabile con la quale si può al massimo convivere in un quadro di reciproca tolleranza. Orientamento questo che si traduce in un sorta di singolare forma di sfiducia verso la capacità che le istituzioni democratiche hanno di costruire un comune sentire di cittadinanza anche tra chi sente di avere identità culturali diverse. Queste credenze non aiutano certo a consolidare le istituzioni pubbliche in territorio plurale. Né aiutano a sviluppare politiche di integrazione civica nei confronti degli immigrati. C'è da sperare che il lavoro della Cattaruzza contribuisca a una maggiore comprensione di quanto negative possono essere le conseguenze di debole istituzioni nei territorio plurali.
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