L’ORA DELLE SCELTE

Qual che sia la direzione del dibattito agostano sul futuro piano del traffico di Trieste, non serve un indovino per prevedere che rimarrà senza esito: semplicemente scemerà nell’indeterminatezza da cui è sorto. La gran parte di quei documenti sta lì già da un paio d’anni, e almeno un altro ne dovrà passare prima che vengano ripresi in mano, aumentando le probabilità che transitino direttamente nel cestino: troppo vicine le elezioni regionali per rischiare il caos iniziale di ogni cambiamento, troppo diverse le idee tra sindaco, assessori e maggioranza comunale.


Non serve neppure tirare in ballo l'opposizione, ché bastano uomini e partiti di giunta a rappresentare tutte le posizioni possibili. Difficile dire se del piano del professor Camus resterà qualcosa, ma di certo non oggi. La questione potrebbe anche chiudersi qui, con un cinico esercizio di realismo politico. Ma non può. Il tema investe infatti almeno due aspetti che vanno ben al di là delle polemiche di fine estate: la bussola del governo comunale e il significato di un piano del traffico nel ricreare il volto della città e indirizzarne lo sviluppo.


Quanto al primo punto, chi conosce l'attitudine di Roberto Dipiazza a decisioni ed esecuzioni rapide e di pragmatismo sbrigativo (che piaccia o meno, non è mai stato uomo da rimuginamenti e arzigogoli), non può che rimanere sorpreso dinnanzi al tiramolla della giunta e della maggioranza sul piano Camus: va bene, non va più bene, va bene solo un po', facciamone un referendum. Comprensibile la prudenza del sindaco nel voler verificare l'impatto delle nuove rive, e un domani della grande viabilità completata sui flussi di traffico; da non demonizzare la diversità di vedute tra lui stesso, assessori e partiti sulle proposte di Camus, poiché un sano dibattito è sempre preferibile a un coro di pappagalli. Ma due anni di approfondimenti dovrebbero esser bastati: alla fine quel che il cittadino si aspetta è un'assunzione di responsabilità che porti a una decisione chiara.


C'è un che di sconcertante in questa quotidiana polifonia di esponenti che s'improvvisano urbanisti ognuno con la propria soluzione in tasca, chi vuole Via Mazzini chiusa e il Corso aperto e chi viceversa e chi chiusi tutt'e due, e chi spiega che su Via Torrebianca non si può andare né su via San Francesco salire, senza che se ne venga a capo. Un documento complesso come un piano del traffico, redatto da un professionista con la p maiuscola e supportato da una mole di dati sulla circolazione a Trieste mai raccolta in passato (e che sarebbe parimenti interessante conoscere), rappresenta un delicato bilanciamento di flussi di viabilità, e non può essere stiracchiato di qua e di là secondo l'uzzolo del momento: entro certo limiti, e pur con la dovuta flessibilità, è un prendere o lasciare.


La stessa idea di referendum, per quanto socialmente rassicurante (avversare un referendum è come dir male della Croce rossa), cela in realtà una sottile abdicazione alla scelta, ch'è anche il modo migliore di prendere tempo. Ma come può l'uomo della strada giudicare di migliaia di pagine e un'architettura di sensi unici, semafori e direttrici veicolari, non avendone le cognizioni tecniche né i dati a supporto? Quando non si vuol decidere, in Italia si propongono una commissione o un referendum.


È invece il caso che il sindaco riprenda in mano la situazione, ponga fine agli spifferi e alle "manine" che allungano documenti inutilmente riservati, bacchetti - se deve - i galli del suo pollaio, concerti con la maggioranza una decisione e la presenti alla città. C'è una seconda ragione per cui questa vicenda ha particolare valore. Un piano del traffico è un articolato documento tecnico, ma è molto di più: esprime la città del domani, l'indirizzo al suo sviluppo determinato dal suo assetto ridisegnato. È in definitiva la quintessenza di una scelta politica.


Per Trieste, è la magnifica occasione per una svolta (veramente storica) in favore dei pedoni contro le auto, della riqualificazione urbana, del rispetto e - laddove possibile - della bicicletta contro lo smog, il rumore e il degrado. È impopolare togliere le auto dal Corso? Certo, anche chiudere Via San Nicolò lo fu. Nessuno ricorda più le proteste degli anni Ottanta? Fioccarono a non finire, con minacce di serrata e massicce raccolte di firme che staranno ancora in qualche cassetto del Comune. Oggi qualcuno proporrebbe di tornare indietro? Metabolizzato il cambiamento, automobilisti e commercianti si accorsero che senz'auto si vive e lavora più volentieri, e si fanno più affari.


Adottare un piano coraggioso verso una città pedonale (anche rivedendo e migliorando quello di Camus, se necessario) produrrebbe di certo un periodo di confusione e molte analoghe proteste: superate le quali, il consenso sarebbe vasto e definitivo. Nel tempo la qualità del vivere prevale sulla comodità del momento, e una città a misura d'uomo sull'esigenza spicciola. È il motivo per cui talvolta la politica richiede un colpo d'ala.

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