L’Ospedaletto è cresciuto
E’ uno degli ospedali pediatrici più antichi al mondo e il secondo in Italia, dopo il Regina Margherita di Torino: fu inaugurato il 19 novembre del 1856 come Fondazione di beneficienza ospedaliera, grazie al patrocinio e alle donazioni della ricca e multietnica borghesia cittadina. All’epoca veniva definito popolarmente “Ospedaletto” e aveva il compito di “accogliere e trattare gratuitamente fanciulli d’ambo i sessi, realmente poveri, di tutti i culti, ed affetti da morbi curabili”. Il nome “Burlo Garofolo” l’assunse nel 1907, in omaggio alla baronessa Maria Annalaura Garofolo, nata Burlo, che come ultima erede della famiglia offrì all’istituto un lascito di duecentomila corone austriache. Furono in molti a contribuire al suo sostentamento e ampliamento: nel 1928, grazie alla donazione della fondazione Alessandro de Manussi, fu costruito un padiglione per il ricovero di bambini con malattie croniche, incurabili e per bambini minorati.
Inizialmente collocato sul colle di San Vito, dopo vari trasferimenti nel 1938 si stabilì nella sua sede attuale, in via dell’Istria 65, nell’edificio progettato dall’architetto triestino Vittorio Frandoli. Nel secondo dopoguerra vennero inaugurati lì due nuovi padiglioni, uno per i lattanti e l’altro per i bambini affetti da tubercolosi polmonare, portando la capacità ricettiva della struttura a 600 posti letto. «A quell’epoca i più piccoli erano vittime di malattie che oggi, grazie alle vaccinazioni, sono pressoché scomparse: fino agli anni ‘70 al Burlo vi fu un reparto dedicato alla riabilitazione per bambini sopravvissuti alla polio ma rimasti paralitici, come illustra una foto del 1956 esposta tuttora nei corridoi dell’ospedale», ricorda Alessandro Ventura, ex primario di Pediatria del Burlo e professore emerito dell'Università di Trieste. All’interno dell’ospedale venne anche aperta una scuola materna ed elementare per i bambini malati costretti a lunghe degenze, tuttora attiva. All’attività di assistenza si affiancò quindi una Scuola per puericultrici e vigilatrici d’infanzia: fu il primo piccolo passo verso l’ampliamento delle attività dell’istituto alla didattica e alla ricerca, che pochi anni dopo, nel 1967, fu potenziato con l’acquisizione delle cattedre universitarie di Pediatria e Puericultura. Alla fine del 1968, con decreto ministeriale, all’Ospedale venne riconosciuto il carattere di Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. Un altro importante cambiamento avvenne nel 1972, quando con l’arrivo della divisione di Ostetricia e Ginecologia si trasformò in Ospedale Materno-Infantile, mettendo al centro delle proprie prestazioni assistenziali la salute della donna e quella del bambino: da allora i parti a Trieste divennero prerogativa del Burlo. A partire da quel periodo l’ospedale portò avanti una cultura sanitaria innovativa, basata sulla “umanizzazione delle cure”, sviluppando l’attenzione al rapporto umano tra medico, bambino e famiglie grazie a due maestri della pediatria come Franco Panizon e Sergio Nordio. Nel 1978 arrivò anche la cattedra di Igiene e di Genetica e nel 1979 quella di Ostetricia e Ginecologia. L’approccio alla maternità era estremamente moderno, come ricorda la pordenonese Giordana Panegos, che partorì la figlia al Burlo negli anni ’80: «Quando mi recai per un controllo a Pordenone i medici rimasero scioccati dal fatto che in gravidanza mi fosse permesso prendere il sole sulla pancia. Ma quando li interrogai sulle ragioni per cui era sconsigliato non mi seppero rispondere».
Nel terzo millennio il Burlo vede riconfermato il riconoscimento di istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) e nel 2018 diviene coordinatore della Rete Pediatrica del Fvg. Nel frattempo il contesto demografico e socio-sanitario è cambiato moltissimo: negli ultimi dieci anni vi è stato un significativo calo delle nascite e della fecondità, un miglioramento generale dello stato di salute dei bambini ma un aumento nella complessità di alcune malattie pediatriche. Far fronte a questi cambiamenti è per il Burlo la sfida del futuro. —
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