L’Ungheria chiusa ai cittadini dell’Ue con l’eccezione dei Paesi Višegrad

Belgrado. Non passa lo straniero – con qualche significativa eccezione - per paura del virus. È il motto di un Paese, l’Ungheria, che si è letteralmente chiuso a riccio dalla mezzanotte di ieri, martedì 1 settembre, risultato delle ultime e più draconiane misure decise dal governo magiaro per mantenere accettabile la situazione epidemiologica in casa, evitando contagi d’importazione.
Cosa cambia, per l’Ungheria e per chi ungherese non è ma vorrebbe viaggiare nel Paese Ue? Molto. Da ieri, infatti, «solo ai cittadini ungheresi» e a chi risiede regolarmente nel Paese «sarà permessa l’entrata nel territorio magiaro, mentre chi rientra da oltre confine dovrà sottoporsi a una quarantena di due settimane», accorciabile solo dopo ben due tamponi negativi eseguiti in patria e non all’estero, ha specificato l’esecutivo magiaro.
E gli stranieri, cittadini Ue inclusi? I «non ungheresi che vogliono entrare in Ungheria» dovranno presentare «una domanda» che specifichi le ragioni del viaggio e che spieghi perché le autorità dovrebbero accettare l’ingresso, ha aggiunto l’esecutivo, informando che le petizioni saranno esaminate dalla polizia di frontiera responsabile del valico scelto per l’eventuale ingresso. Saranno in ogni caso permessi «corridoi di transito, ma solo su rotte predefinite». Qualche flessibilità è contemplata per i viaggi d’affari e per i lavoratori transfrontalieri – come i tanti serbi ma anche croati – sempre che vivano a meno di 30 km dalla frontiera magiara. Potranno entrare in Ungheria, non spostarsi oltre 30 km dal confine e ritornare a casa entro le 24 ore.
Ma in Ungheria potranno entrare anche turisti di Paesi amici, come quelli del Gruppo Visegrad (Polonia, Slovacchia e Cechia), sempre che abbiano in tasca una prenotazione in albergo per settembre.
Eccezioni che non mutano il quadro. Budapest, di fatto, ha chiuso le sue frontiere e ha minato alle fondamenta le regole di libera circolazione nell’area Schengen. Lo hanno confermato ieri i commissari europei agli Affari interni, Ylva Johansson, e alla Giustizia, Didier Reynders, che hanno chiesto a Budapest il ritiro immediato di tutte le «misure» che «non siano conformi ai principi fondamentali del diritto Ue», contestando in particolare le eccezioni previste per i Paesi Visegrad, discriminatorie verso i cittadini di altri Stati europei.
Provvedimenti unilaterali che non sono «efficienti», aveva denunciato pure la Commissione europea lunedì, senza tuttavia riuscire a convincere Budapest a ritornare sui propri passi. Budapest che, infatti, ritiene che la chiusura dei confini sia una decisione obbligata, in particolare dopo il forte aumento dei casi registrati sul territorio nazionale – addirittura 292 domenica, dopo che l'Ungheria aveva superato in maniera eccellente la primavera e l’inizio dell’estate.
Contagi che «in gran parte vengono dall’estero», ha rimarcato il capo gabinetto del premier Orban, Gergely Gulyas, che ha ricordato che l’Ungheria si è mossa in maniera così drastica in particolare per proteggere gli anziani e il processo di riapertura delle scuole.
Parole che sono in parte confortate dai dati sui nuovi contagi nei vicini Balcani, in calo rispetto alle settimane scorse, ma ancora importanti. Secondo i dati raccolti dal portale Worldometer, sono stati 41 in Slovenia, 76 in Serbia, 115 in Macedonia del Nord, 145 in Croazia, 147 in Kosovo (con otto morti), 270 in Bosnia-Erzegovina (con ben 11 decessi nelle ultime 24 ore). E oltre mille in Romania (con 60 morti). —
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