L’USO POLITICO DELLE PAROLE
Via via che ci avviciniamo a Ferragosto, uno si aspetterebbe che - temporaneamente fuori scena i principali attori, dal capo del governo a quello dell'opposizione - la politica lasci il campo al costume, all'attualità, allo sport, ai libri da portare in vacanza piuttosto che agli ormai classici sondaggi estivi su ”quante volte lo fanno gli italiani”. Invece non è così, perché oltre all'irruzione dei comprimari, degli eroi minori cui le luci della ribalta sono generalmente precluse, assistiamo anche a un curiosa assunzione di abiti politici anche da parte di persone che con la politica non c'entrano o non dovrebbero centrare. L'apertura delle ostilità - alla fine della settimana scorsa - è spettata a un sacerdote, don Gelmini.
L'uomo accusato di molestie sessuali, prima afferma che «porterà la croce», poi denuncia l'esistenza di un complotto di oscure confraternite ebree e radicali. A ventiquattro ore di distanza puntualizza: voleva dire massoni non ebrei. Nel frattempo a sua difesa intervengono in tanti: «si è fatto trascinare» (da chi?), «è un uomo ingenuo» (ingenuo uno abituato a trattare con la politica organizzata? con i cosiddetti potenti?). L'eco dell'esternazione gelminiana andrebbe avanti se dal profondo Nordest non intervenisse il vicesindaco di Treviso Gentilini, proponendo di passare alla pulizia etnica nei confronti dei gay (lui naturalmente li chiama in modo diverso, per intendersi alla Storace…) e a differenza del sacerdote, non ritratta, non puntualizza, non precisa: ribadisce tutto, punto su punto. Scoppia il finimondo e anche il ruvido Calderoli della Lega Nord prende le distanze. Gentilini ha spazzato via don Gelmini: ma dura poco.
Nello stesso giorno il Congresso ebraico europeo esprime tutto il suo sconcerto per l'incontro avvenuto domenica 5 agosto fra Benedetto XVI e Tadeusz Rydzyk direttore dell'emittente polacca Radio Maria, a detta di moltissimi su esplicite posizioni antisemite. Passano un paio d'ore e dal portavoce del Vaticano arriva una puntualizzazione: non si è trattato di un vero incontro, il simpatico Tadeusz è stato solo ammesso alla cerimonia del baciamano. A questo punto lo scrivente si convince che il palcoscenico sia del Pastore venuto dalla Germania, ma non è così. Il deputato Caruso di Rifondazione Comunista, mangia la merenda a tutti, anche al Papa! Da Roma infatti questo stupendo difensore degli oppressi dichiara che i morti sul lavoro sono imputabili alle leggi volute da Biagi (quello ucciso dalle Br) e da Treu. Apriti cielo: s'ode a destra uno squillo di tromba a sinistra risponde uno squillo e nel bel mezzo si inserisce il Presidente della nostra Repubblica con parole di durissima condanna.
L'abile giovanotto napoletano (Caruso intendiamo dire…) si libera dunque della concorrenza e fa sua pagina 103 di Televideo, autentico sismografo della popolarità di qualcuno. Che dire? Il minimo è che si tratta in tutti e quattro i casi di un uso irresponsabilmente politico delle parole. Personaggi pubblici, a cui vengono affidati esseri umani, che hanno ricevuto un mandato dai cittadini o che hanno in cura le anime o le speranze di milioni, con le loro esternazioni hanno infatti lasciato indicazioni precise. Il direttore di Radio Maria e i suoi collaboratori torneranno in Polonia rafforzati nelle loro tesi antisemite; a pensare che forse Biagi andava ammazzato ci sarà qualcuno in più; chi ritiene che i gay vadano ghettizzati o peggio ha trovato legittimazione; infine è riapparsa all'orizzonte la nota teoria del complotto (nuovamente e sinistramente giudaico) e con essa qualche inevitabile supporter.
Questo è il minimo, per il massimo bisogna rifarci Guccini, che in una lontana canzone degli anni Settanta se la prendeva con chi era abituato a «sparare cazzate»! Estive, ma pur sempre «cazzate»!
Riproduzione riservata © Il Piccolo
Leggi anche
Video








