MAFIA, CI SALVI L’EUROPA

Non vi è dubbio alcuno che il cinema italiano stia attraversando una crisi senza precedenti: basti pensare che nelle ricorrenti stragi di mafia, di camorra e di 'ndrangheta esso ha a disposizione un materiale ”epico” gigantesco.


Gigantesco per qualità, estensione, originalità, pronta disponibilità e non riesce a trarne niente che vada aldilà dei confini nazionali, che sia globale, replicabile e che naturalmente assolva alla principale funzione del genere: dotare la quotidiana realtà di senso, offrirne delle convincenti linee di lettura e quindi placare l'animo di noi tutti, che da cinquant'anni ci becchiamo lo sterile ritornello della lotta senza quartiere alla criminalità organizzata.


Evidentemente i tempi non sono maturi e a differenza del cinema Usa che ancora vive della saga di Al Capone - un autentico ruba galline se paragonato ai vertici del business criminale italiano - ci toccherà accontentarci delle modeste fiction televisive e di una sciapa letteratura di consumo.


Eppure l'occasione sarebbe ghiotta anche per le nostre università: pensate ad una «azienda» che globalmente sembra fatturare 100 miliardi di euro all'anno (circa il 10% del Pil), che impiega ventimila dipendenti con una produttività per addetto pari a 5 milioni, che mantiene uno straordinario radicamento territoriale costringendo lo Stato a commissariare il 12% dei comuni di Campania, Calabria e Sicilia, che è al tempo stesso conservatrice e modernissima, che anziché subire la globalizzazione la anticipa (è presente ovunque sul pianeta), che addotta modelli organizzativi e gestionali estremamente sofisticati e fortemente premianti, che è stata capace di raddoppiare il proprio fatturato nel decennio appena trascorso e di diversificare in modo singolare la propria produzione, che infine è capace di rinnovare ciclicamente i propri gruppi dirigenti. A questi ragazzi andrebbe offerta la possibilità di condurre delle lectio magistralis alla Bocconi, piuttosto che alla Luiss o ancora al nostro Mib.


Contro una capacità di fare impresa di questo tipo è abbastanza ovvio che lo Stato e la politica abbiano scelto di non misurarsi: meglio prendersela di volta in volta con i «fannulloni» dell'impiego pubblico o con gli evasori fiscali, con i padroni piuttosto che con i sindacati. Più semplice e meno costoso.


Da questo punto di vista la recente strage di Duisburg costituisce una buona notizia perché si può forse immaginare che la Germania e con essa la Comunità europea, si allarmino e chissà oltre a rafforzare le iniziative comuni di intelligence e di interdizione alla espansione dei nostri interessanti soggetti criminali, magari sottopongano il nostro paese ad una procedura di infrazione, come si fa con il debito pubblico o con le violazioni dei meccanismi di concorrenza. Insomma che ci inviino un ultimatum: o vi liberate del crimine organizzato o siete fuori dall'Europa. Sarebbe - credo - l'unico modo per far si che i nostri governi mettano in agenda il tema, magari collocandolo al primo posto.


Nel qual caso bisognerebbe agire, buttando in larga misura a mare, molte delle soluzioni praticate in passato: non si possono sospendere le libertà costituzionali (è rischioso e lascia tracce pesantissime nella coscienza della popolazione); non basta militarizzare il territorio (costa ed è insostenibile nel lungo periodo); le normali attività di polizia, carabinieri e magistratura come abbiamo visto al massimo frenano la crescità del fenomeno criminale, non lo contengono né tantomeno lo incrinano; la cosiddetta mobilitazione civile trova il tempo che trova: la gente deve vivere, lavorare, produrre, far figli, comprar casa, trovare lavoro etc, non viene al mondo per stare perennemente mobilitata; il ricambio fisiologico della cosiddetta classe dirigente è una chimera: un importante dirigente dei Democratici di sinistra in Campania ha osservato che la Camorra non è mai stata così forte come ora, neanche ai tempi di Gava e per Sicilia e Calabria immaginiamo che sia la stessa cosa. E allora? Be' la ricetta è tanto semplice quanto inattuabile. Bisogna incominciare dal territorio: le regioni Calabria, Campania e Sicilia andrebbero commissariate (fatti i conti destra e sinistra perdono gli stessi voti!). Analogamente andrebbero affidati a dei commissari di nomina nazionale tutti i comuni, le province, le Asl, le società controllate dalla mano pubblica i cui bilanci sono pesantemente in deficit.


Contemporaneamente tutti i dirigenti apicali del settore pubblico andrebbero mandati in pensione anche se hanno quarant'anni (in fondo sono state misure utilizzate massicciamente sia per le industrie pubbliche che per quelle private del nord profondo). Parallelamente bisognerebbe puntare su un processo di selezione rigidissimo e mirato fra giovani neo-laureati (al sud sono bravissimi) per garantire un processo di ricambio. Tempo 5-10 anni ed ecco che il brodo primordiale in cui nuotano mafia, 'ndrangheta e camorra, risulterebbe fortemente annacquato per la soddisfazione della stragrandissima maggioranza della popolazione di quelle regioni. Dieci anni sono troppi? Ne sono passati 60 dalla strage di Portella della Ginestra, 25 dalla morte di Dalla Chiesa, 15 da quelle di Falcone e Borsellino e fra «martiri, dichiarazioni di guerra» e «pubblico sdegno» siamo arrivati a Duisburg!

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